La classe degli asini: una storia attuale

Ieri sera, 14 novembre 2016, RAI 1 ha trasmesso il film “La classe degli asini” liberamente tratto dalla storia di Mirella Antonione Casale, insegnante che negli anni ’70 si batté per l’abolizione delle classi differenziali o speciali, allora soprannominate “classi degli asini”. Si trattava di classi dove venivano mandati i ragazzini con problemi cognitivi, senza fare grandi distinzioni. Lo scopo era più quello di “parcheggiare” questi ragazzi in luoghi a loro destinati, come fossero soltanto un peso. Non c’era quella sensibilità che ci porta oggi a creare percorsi adatti al fine di sviluppare al meglio le loro possibilità.

Con l’introduzione dei ragazzi con disabilità nelle classi “normali” cambia il modo stesso di vedere la società e la persona. Si va verso un mondo inclusivo, che attraverso il contatto con il “diverso” crea la possibilità di imparare e di crescere in modo migliore e più umano. Non è solo il bambino disabile a guadagnare dal rapporto con gli altri, perché quegli “altri” si arricchiscono immensamente, imparando l’empatia e il rispetto. Un aspetto, questo, di grandissima attualità che non possiamo, purtroppo, dare per scontato. È di pochi giorni fa la notizia di un bambino autistico di una scuola in provincia di Palermo, isolato perché “disturba”. E casi come questo non sono rari. Solo nell’ultimo anno diversi fatti del genere sono saliti agli onori delle cronache, ora per l’esclusione dalla gita scolastica, ora perché il bambino autistico ha dovuto usare mezzi propri per il trasporto invece che il bus che usavano gli altri. E in molti casi sono i genitori dei bambini cosiddetti “normali” a premere per l’esclusione, come se ai loro “bellissimi” figli potesse far male aver a che fare con bambini differenti da loro. Un problema culturale questo che, nel privato, fa chiudere gli occhi davanti al problema e fa chiedere l’isolamento dei bambini potatori di disabilità e che, nel pubblico, porta la politica a non dar peso alla questione e a sacrificare costantemente i bisogni di questi bambini tagliando continuamente i fondi per il sostegno e per i servizi a loro destinati. Non è raro sentire persone sostenere che ci vorrebbero delle classi apposta, persone che nascondono i loro pregiudizi e la loro mancanza di umanità dietro a ragionamenti tanto semplicisti quanto falsi come “loro rallentano i nostri bambini”.

La pellicola mostra, attraverso la storia del giovane Riccardo Mancuso, anche un altro grosso problema generato dalle classi speciali: quello del classismo, spesso a sfondo razzista. Molti dei ragazzi che finivano in queste classi non erano, infatti, portatori di disabilità, ma semplicemente poveri. Molti erano coloro che vivevano, ancora negli anni ’70, in situazioni di miseria e analfabetismo. E proprio i figli di queste famiglie erano spesso ritenuti “disadattati” e, quindi, da curare. Ancora la scuola italiana era intrisa di un determinismo alla Lombroso che vedeva il comportamento poco disciplinato o l’ignoranza di fondo come una cosa connaturata nel soggetto, come fosse, diremmo oggi, “genetica”, senza considerare i fattori ambientali. Ancora si usava come modello di sanità mentale la persona, il bambino, borghese, benestante e del nord. Perché molti di questi poveri erano meridionali costretti a migrare al nord per trovare lavoro. Meridionali che già venivano visti con sospetto e disprezzo per le loro origini. Gli stessi test di intelligenza vertevano sulla conoscenza di alcuni termini. Si chiedeva al bambino il significato di alcune parole, anche non di uso popolare, e si riteneva la mancata conoscenza di esse come un segno di scarsa intelligenza. Una confusione, quella tra “cultura” e “intelligenza”, che oggi, per fortuna, non si fa più (almeno a livello accademico). Le classi speciali finivano così per essere una sorta di “carcere” dove mettere quei ragazzini poveri che non avevano modo di essere seguiti a casa, condannandoli alla stessa povertà dei genitori. Atteggiamento, questo, che può sembrare lontano dalla nostra società, ma che non lo è poi così tanto. La scuola pubblica è, infatti, sempre meno efficiente. Sono stati tagliati i programmi di tante materie ritenute “inutili” in quanto non applicabili nel sistema economico per produrre. Materie che, però, fornivano ai ragazzi quegli strumenti culturali necessari a comprendere il mondo e la società, strumenti che fanno la differenza tra lo schiavo e il cittadino libero. Inoltre il continuo taglio dei fondi rende la scuola sempre meno in grado di soddisfare il suo scopo istruttivo ed educativo. Edifici fatiscenti, materiale che manca (in alcuni casi le mamme hanno dovuto dare ai bambini la carta igienica perché la scuola non aveva i soldi per la stessa), tagli continui alle spese, non possono che generare ignoranza e danneggiare il paese. Al contempo però (e in barba alla costituzione) si finanziano quelle scuole private che già hanno le rette dei loro studenti, dichiarando così il chiaro intento di creare una società sempre meno egalitaria, dove solo i figli delle famiglie abbienti finiranno per poter avere un’istruzione degna.

Concludiamo con due parole sul film trasmesso da RAI 1. La storia si svolge in modo avvincente, mostrando i vari problemi delle classi speciali e dell’inclusione tramite due storie che si intrecciano: quella di Flavia, figlia della professoressa Casale, portatrice di una grave disabilità, e quella di Riccardo, ragazzo meridionale con una situazione famigliare difficile. Bravi Flavio Insinna, nei panni del professor Felice Giuliano, e Vanessa Incontrada, nei panni della professoressa Casale. Bravissimi i giovani Giovanni D’Aleo (Riccardo) e Aurora Giovinazzo (Flavia).

Un film da vedere.

Enrico Proserpio

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