La carica dei meno 345 e la democrazia

di Gabriele Rizza

A sentirli, i leader politici sono tutti soddisfatti del via libera dato, dalla Camera dei deputati, al “taglio” di 345 parlamentari; dalla prossima legislatura, infatti, i deputati passeranno da 630 a 315, i senatori da 315 a 200. L’Italia diventerà così il paese dell’Unione Europea con il minor rapporto deputati/abitanti: 0,7 ogni 100.000 abitanti. Meno della Spagna, “ferma” a 0,8. Un referendum potrebbe fermare questa riforma, ma la maggioranza bulgara e trasversale, da Leu a Forza Italia, del voto alla Camera sembra spegnerne l’ipotesi almeno per il momento e a meno che non si presenteranno cinque regioni a chiederlo.

Tutti d’accordo, dunque, però ora si richiedono misure e contromisure, i giusti pesi e contrappesi costituzionali, accompagnati da una nuova legge elettorale che a quanto pare si vuole proporzionale. Il punto, considerato il clima di sfiducia della piazza verso il palazzo, non è la bontà della riforma che appare mediaticamente inattaccabile, ma quello striscione giallo con la scritta rossa appeso alle mani di Di Maio che recita “meno 345 parlamentari”. È in questo striscione che c’è il segno del tempo, della storia che cambia. Ci sono parlamentari che screditano con gioia il loro ruolo, che dovrebbe significare rappresentanza, avanguardia e autorevolezza. Certo, la classe dirigente ha fatto tutto il possibile affinchè parole come deputato e senatore suonassero ai cittadini come sinonimi di corruzione e incompetenza.

Sarebbe anche ingeneroso citare solo Di Maio, infatti il PD targato Matteo Renzi, per il referendum costituzionale del 2016, ha utilizzato il minor numero di senatori previsti dalla sua riforma come spot elettorale, nondimeno Silvio Berlusconi è stato sulla stessa onda quando, alla vigilia delle politiche del 2013, ha enfatizzato la composizione della lista dell’allora PDL, composta da una percentuale di politici, un’altra di “civili” e un’altra ancora di sportivi, come a dire che meno politici ci sono in Parlamento e meglio è.

È da vedere dove sta il calcolo e dove sta la buona fede; di certo, il movimento di Di Maio ha vinto una battaglia storica, nata quando nessuno avvicinava il M5S all’1% e quando i pentastellati credevano ancora che la democrazia digitale potesse stare sopra la politica reale e le Istituzioni. Il punto, non è quindi la bontà della riforma, è la cultura che la genera. Credere che sia il minor numero di rappresentanti a migliorare la qualità della politica nel nostro paese, vuol dire non guardare oltre il proprio naso o, peggio, non volerlo fare. Sicuramente, dieci ottimi parlamentari sono meglio di mille pessimi, ma se in questi anni i nostri 915 parlamentari eletti fossero stati almeno “migliori”, a nessuno sarebbe saltato in mente di tagliarne.

Il punto, quello vero, è il come si crea la rappresentanza politica, una classe dirigente, dagli enti locali, che negli anni passati hanno subito un taglio della rappresentanza, al Parlamento. Quindi, il ragazzo appassionato di politica che non ha santi in politica a cui rivolgersi, o che non ha la possibilità economica di sostenere una campagna elettorale (basti guardare quanti medici e imprenditori siedono nei consigli comunali e regionali), avrà sempre meno possibilità di essere eletto. Chi ha già una posizione di forza ne avrà sempre di più, i fedelissimi non perderanno la poltrona e il ricambio sarà più lento. Il Parlamento pare farà risparmiare 100 milioni l’anno.

C’è chi dice che bastava tagliare gli stipendi, ma se si parla di soldi, la vera domanda è un’altra: come possiamo far sì che ad essere eletti siano parlamentari capaci di far guadagnare al paese anche solo mille volte di più di quello che costano?

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