LA CALIFORNIA A SPEZZATINO, FORSE. L’Italia nel pantano.

Non è la prima volta che la California ci prova; già nel ’92 fece un tentativo. Di che cosa stiamo parlando? Di secessione. Infatti, qualche mese addietro, un magnate Californiano, Timothy Draper, ha promosso un referendum per dividere la California in sei Stati. Per arrivare ad ottenerlo, erano necessarie 808 mila firme in 150 giorni. Ne ha raccolte 1,3 milioni. Ora il Congresso dovrebbe dovrebbe dare l’approvazione, cosa per nulla scontata.

Le motivazioni per le quali si è arrivato a tanto, sono le solite, quelle che hanno portato alla Rivoluzione Francese, a quella Statunitense e via di questo passo: i soldi. Lo Stato della California, infatti, ha gravi problemi di bilancio e secondo il promotore, dividendo lo Stato in sei più piccoli, dovrebbe essere più semplice la gestione, oltre che a portare benefici al sistema scolastico e giudiziario.

Effettivamente, se guardiamo all’Europa, le Nazioni più piccole o comunque meno popolose hanno performance di gestione migliore. La popolazione attuale di questo Stato è di circa 38 milioni di persone, di cui 3,8 vivono a Los Angeles e con la relativa contea, si arriva a ben 12. L’altra importante realtà è San Francisco, che di per sé assomma a ca. 800 mila anime, ma se si considerano gli agglomerati che si affacciano sull’omonima Baia, la cifra sale a 7 milioni. Salta dunque all’occhio che praticamente il 50% degli abitanti della California, si concentrano in quelle due aree; il che fa sorgere in alcuni qualche dubbio sulla possibilità di poter eventualmente procedere senza eccessivi scompensi nel caso di successo del referendum.

Quello che prevede, infatti, è che ci sia uno Stato a Nord, che dovrebbe chiamarsi Jefferson, pieno di foreste, che però annoverebbe solo 950 mila abitanti; in pratica ci sarebbero più alberi che popolazione. A seguire verso Sud, verrebbe costituito quello della California del Nord. Qui ci sarebbero ca. 3,7 milioni di anime, note stazioni sciistiche, parchi nazionali, la produzione del famoso vino a cominciare da quello della Napa Valley e, particolare non trascurabile, le maggiori riserve d’acqua per tutta l’attuale California. Qualche timore che vi potrebbe essere una tentazione di ricatto minacciando di chiudere i rubinetti agli altri futuri Stati, c’è.

Chi ne farebbe eventualmente maggiormente poi le spese, sarebbe la California Centrale, a vocazione agricola e povera di altre risorse, che evidentemente senza acqua non ci potrebbe stare. Ancora più a Sud verrebbe a trovarsi la California dell’Ovest, con Los Angeles, con degli asset non indifferenti come Hollywood e due dei più grandi porti nazionali. Infine ci sarebbe la California del Sud, per la maggior parte desertica, salvo le zone di San Diego e della Orange County, dove è infatti assiepata la maggior parte degli abitanti, 10,5 milioni.

Possiamo fare la considerazione che se da un lato le esigenze di aree come Los Angeles, San Francisco e Silicon Valley sono molto distanti da quelle, per esempio, delle aree agricole – pensiamo al tema dei matrimoni gay, ai problemi di delinquenza e via discorrendo – dall’altro, l’attuale unione permette di compensare  grazie alla complementarietà delle diverse zone, senza contare che forse dividere una amministrazione Statale in sei, potrebbe anche portare ad un aumento di costi. Se tutto andrà bene, il referendum sarà nel 2016.

Inevitabile il raffronto con questa nostra Italia, dove si sta mettendo mano ad una riforma che prevede un Senato, più o meno, a carattere Regionale, ma che nel contempo, secondo la nostra Costituzione, resta “una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” (articolo 1) ) e “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento”. (Articolo 5) ). Non siamo dei fini giuristi, ma non vediamo da alcuna parte l’aggettivo “federale”, che giustificherebbe, a nostro modesto giudizio, il Senato a carattere Regionale, al di là che sarà un consesso di nominati. Il rischio è dunque di fare il solito papocchio. Siamo lontani anni luce da quanto stanno cercando di fare in California; mai potremmo, facendo un parallelo con essa, indire un referendum per modificare  una Regione, pur rimanendo nel quadro di un unico Stato.

Così il pensiero corre a vent’anni e più di battaglie pseudo federaliste della Lega, alla mancata riforma Costituzionale del 2006 a causa della Sinistra in malafede ed alla riforma inorganica che stanno cercando di fare ora e che poco ci convince, non perché si sia contrari alle riforme, ma per via della piega che Renzi sta dando alle medesime. Superficialità e mancanza di visione ci sembrano le due definizioni che più si attagliano a quanto stanno mettendo in atto ora. Crediamo che non risolveranno nulla, al di fuori del fatto di garantire al P.D. un imperituro Governo, ma che saranno fonte di problemi e non porteranno vantaggi a noi cittadini.

Se almeno le Regioni del Nord le  trasformassero in Regioni a Statuto speciale…cosa che non è alle viste, allora, forse, sarebbe possibile limitare le pulsioni separatiste che giungono dal Veneto e porre le basi per uscire più facilmente dalla crisi.

Fabio Ronchi

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