LA BUONA SCUOLA E’ LIBERA, PLURALISTA E DI TUTTI. Nei fatti e non a parole

Un uomo solo al comando non è mai un bene, neppure a livello aziendale dove la voce dei lavoratori, libera e forte, costituisce uno stimolo alla crescita e all’innovazione. Nell’istruzione, nella formazione e nella cultura è addirittura deleterio: proprio per questo il principio cardine che ha reso la scuola italiana sino ad oggi migliore di altre, più di quanto noi stessi crediamo, è la libertà di insegnamento. Un principio, guarda un po’, sancito dalla nostra Costituzione, la più bella del mondo per parafrasare senza iperboli Benigni.

Libertà di insegnamento che non significa arbitrio, ma libertà di approccio culturale purché qualificato, libertà di sperimentazione didattica purché suffragata da risultati, libertà di programmazione, organizzazione purché fondata su uno stretto rapporto con il contesto locale ed europeo. La buona scuola che conosco pratica l’autonomia scolastica in questo modo.

Dirigevo ancora l’Unione degli Studenti di Milano, il sindacato studentesco della CGIL, quando sostenevo già allora questa impostazione. In città era opinione comune. Persino l’approccio della cultura politica antagonista non si sottraeva alla visione secondo cui autonomia significhi responsabilità, partecipazione e valorizzazione delle specificità in un quadro normativo condiviso solidale e nazionale, così da evitare qualsiasi tentazione di omologazione al ribasso. Chiamatela pure sussidiarietà, autorganizzazione o spirito di intraprendenza, se vi pare. Quel che conta è la sostanza. Oggi il rischio della balcanizzazione della scuola, pubblica o privata che sia, si presenta invece tutto.

La figura di un preside manager per la gestione finanziaria e amministrativa, da anni è considerata necessaria per una buona scuola dell’autonomia.

Chi scrive ha sempre sostenuto continuamente tale principio. Ha difeso a tal punto questo modello organizzativo, che a coloro che oggi “urlano” che non vi sia stato o non vi sia un investimento pubblico sulla scuola paritaria sufficiente, causa della chiusura di molte strutture non statali, risponde che hanno cattiva memoria, che il problema, se mai, è la qualità del preside manager, le competenze che una figura simile deve possedere per stare sul “mercato” (soprattutto per le paritarie) e l’assenza di un vero fondo per il diritto allo studio che garantisca la libertà di scelta educativa per famiglie e studenti. Quest’ultimo non esiste come dovrebbe, proprio a causa di coloro che hanno sostenuto in campo scolastico lo slogan meno stato e oggi piangono miseria. Il punto è che lo Stato occorre laddove serve e deve funzionare bene.

L’Italia ha una spesa per la scuola che da sempre è tra le più basse d’Europa e forse su questo punto è sul concetto di riscatto sociale, sarebbe ora di stringere un’alleanza fattiva tra i principi della dottrina sociale della Chiesa e quelli socialisti e liberal democratici. Per tornare alla qualità della figura del Preside manager, la scuola su questo è stata ed è impreparata: i dati comparativi tra Italia e resto d’Europa in termini di risparmio che il sistema paritario produce per lo stato, hanno un senso se ammettiamo il deficit di preparazione dei dirigenti scolastici e se studiamo i percorsi che oltralpe conducono a tale carriera. Altrimenti diventa un puro esercizio di parte, privo di benché minima onesta intellettuale.

D’altro canto è francamente curioso, quanto usuale nel nostro Paese, che si chieda ai lavoratori di accettare le sfide e riqualificarsi, ma non alle classi dirigenti (e in questo quelli scolastici, non sono da meno), finendo per diventare qui si statalisti alla vecchia maniera (= assistenzialisti) laddove si chieda solo sostegno economico e non ci si metta in discussione sulle proprie mancanze. In Italia vige una brutta abitudine, si è liberali solo quando non si toccano i propri interessi. La buona scuola è libera, pluralista e di tutti. Non quella del Preside che decide la linea culturale della scuola in completa solitudine o collaborando con un gruppo che lui stesso si è scelto sulla base della consonanza politica.  Questo è il rischio maggiore della proposta di riforma del Governo Renzi, nemmeno Berlinguer o la Gelmini Ministro, che pure avevano un’impostazione simile, hanno mai messo in discussione questo principio. Forse Berlinguer stesso lo ha dimenticato e forse vale la pena ricordarglielo.

Il Parlamento intervenga sulla riforma della scuola e sostenga si la figura di un preside manager per la gestione finanziaria e amministrativa, preveda risorse economiche significative per la sua formazione, ne riconosca il ruolo anche in termini retributivi, ma difenda il preside primus inter pares quanto al campo delle linee culturali e didattiche.

Un preside che si scelga gli insegnanti significa affossare la scuola libera, pluralista e di tutti.

Altro discorso è la qualità del corpo docenti, che deve essere elevata a prescindere dalle posizioni politico-culturali.

Per questo occorre confermare le graduatorie a cui attingere, ma investire di più e meglio sulla formazione continua e le verifiche anche in servizio. La selezione degli insegnanti ne guadagnerà automaticamente.

In questo senso sarà preziosissima l’istituzionalizzazione di un comitato didattico scientifico, con esponenti scelti dal collegio docenti sulla base di competenze riconosciute.

Capitolo vero da affrontare su cui fa rumore il silenzio assordante del dibattito pubblico, è la scuola media inferiore. Un ciclo di studi che a tutt’oggi non riesce a comporre il dissidio tra la necessità di ridurre lo svantaggio di base di alcuni, troppi, e l’obiettivo di una formazione generale di qualità per gli studenti.

Proprio sulla scuola media inferiore servirebbe uno sforzo e un’investimento prioritario: occorre selezionare personale scolastico molto motivato e retribuirlo di conseguenza, aumentare il numero dei docenti e sanare così il gap di risultati sul binomio a cui prima ho accennato.

In questa direzione ben venga l’organico funzionale d’istituto, che nella scuola media superiore dovrebbe essere finalizzato anche a diversificare l’offerta formativa, ricorrendo al sistema dei crediti e delle materie opzionali; per esempio si potrebbero prevedere materie comuni che assicurino un credito indifferenziato per l’accesso all’Università e materie specialistiche opzionali che ne incrementino il credito per ogni settore specifico.

Il risultato consentirebbe una selezione pre indirizzata, ma pure la possibilità di correggere in corsa eventuali errori di gioventù o di inesperienza. Nel concreto, uno studente/studentessa che avesse una formazione classica e volesse poi seguire il corso di laurea di giurisprudenza, al credito relativo alle materie comuni, potrebbe aggiungere quello ottenuto con la frequenza di corsi opzionali. In questa direzione ci si è già mossi, tuttavia la stessa va battuta ulteriormente, prevedendo tale sistema lungo tutto il corso della vita di una persona e prevedendo esperienze di integrazione tra formazione e formazione professionale per tutti ( l’idea lanciata oltre un anno fa dal leader dei Popolari italiani Mario Mauro quanto all’Erasmus della formazione professionale va necessariamente ripresa, per esempio).

Lo scollamento sociale nel nostro Paese oggi è drammatico e se non interveniamo a sanarlo il prima possibile, ci condurrà a isolare sempre più classi sociali e ad assistere a sempre maggiori conflitti con buona pace dei richiami alla coesione sociale. Ben vengano dunque gli sforzi di BCE e Commissione UE nel valorizzare programmi come Erasmus o Horizon2020 ma se l’Italia e gli altri paesi membri non sapranno integrare, in quel quadro, i propri provvedimenti, avremmo perso una grande occasione. Garanzia giovani, la riforma del servizio civile e le proposte sulla scuola, a mio avviso, oggi giocano al ribasso: come dice spesso Corrado Passera o siamo in grado di fare sistema tra i diversi provvedimenti con l’obiettivo di accrescere le risorse economiche pubbliche e private in formazione, oppure rischiamo solo di abbassare i diritti (per esempio nell’attuale proposta di servizio civile, in quella recentissima di lavoro estivo del Ministro Poletti o nella non sempre adeguata distribuzione delle risorse economiche regionali sulle grandi aree urbane per ciò che attiene alla dote scuola).

Per finire chi scrive da sempre sostiene l’abolizione degli esami di maturità e l’iscrizione all’università sulle base dei crediti formativi così come per l’adesione agli albi professionali, esami oggettivi, di merito ed esterni ad essi.

Chi scrive è favorevole alla riduzione dell’orario scolastico obbligatorio a cinque ore giornaliere di cinquanta minuti per sei giorni alla settimana a cui aggiungere trenta ore settimanali curriculari, per tutti, con possibilità ulteriore di rientri facoltativi per recupero, approfondimento, attività opzionali anche funzionali ai crediti. Così ne guadagnerebbe l’attenzione degli studenti e l’efficacia dell’intero sistema senza togliere nulla alla necessità dell’organizzazione familiare. Ridurre a trenta ore settimanali, la media delle attuali 33 permetterebbe di offrire ad insegnanti motivati un orario prolungato e retribuito finendo per dare senso compiuto al concetto di organico funzionale ( ad esempio 18 ore settimanali nei corsi istituzionali e sei ore nelle attività pomeridiane programmate e controllate).

La buona scuola è quella che unisce l’Italia nell’Europa dei popoli, è quella che ha la stessa funzione del servizio civile volontario, delle attività no profit, del servizio militare professionista e dell’informazione multimediale di qualità. Il management delle imprese italiane di successo ne è certo ben consapevole, auguriamoci che sia conseguente perché questo permetterà alle nostre aziende e all’intero Paese di tornare a crescere. All’Europa di esistere in forma compiuta.

Silvia Davite

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