Jurassic world

Da qualche giorno è nelle sale il film “Jurassic world”, ultimo capitolo della celebre saga sui dinosauri iniziata nel 1993 col film “Jurassic park”, diretto da Steven Spielberg e basato sul romanzo omonimo di Michael Crichton. L’idea, allora, era abbastanza originale: degli scienziati avevano clonato diverse specie di dinosauri usando il DNA prelevato da zanzare conservate nell’ambra, zanzare che, prima di finire invischiate nella resina, avevano punto dei dinosauri succhiandone il sangue. Un’idea che, oggi, dopo tre film della saga, risulta un po’ stanca e ovvia.

Jurassic world” è il quarto capitolo e dimostra tutta la stanchezza degli sceneggiatori. La pellicola risulta divertente, ricca di azione e di effetti

Il protagonista con uno dei suoi "cuccioli".
Il protagonista con uno dei suoi “cuccioli”.

speciali, ma molto poco originale. La trama ripercorre quasi completamente quella del primo film, ambientando il tutto due decenni dopo, in un nuovo parco pieno di visitatori. Essendo ormai i dinosauri scontati, i tecnici del parco hanno creato una nuova specie manipolando il DNA e ibridando diverse specie. Hanno così creato un nuovo animale, simile al Tirannosaurus rex, ma più grande e cattivo. Sarà questo nuovo animale a creare i problemi narrati nel film.

Rispetto al film del 1993 cambiano alcuni particolari, ma la sostanza è la stessa: la calma iniziale viene sconvolta dalla ribellione degli animali alle pretese umane, la superficialità dei gestori del parco e gli interessi legati allo stesso portano a sottovalutare i pericoli e scatenano la catastrofe, gli animali mettono in atto comportamenti di un’inaspettata intelligenza e danno ai protagonisti un bel po’ di problemi. Anche i personaggi sono basati sugli stessi cliché: il padrone del parco idealista, entusiasta e superficiale, il ragazzino superinformato sui dinosauri che finisce in mezzo alla giungla, un esperto che risolve tutto da vero maschio alfa. Poche le differenze: la coppia qui non è sposata, ma si forma grazie all’avventura, l’esperto non è uno scienziato impacciato, ma un ex marine che addestra i Velociraptor mentre la ragazza è una donna in carriera, tutta intenta al marketing e alla direzione del parco. Di nuovo c’è solo il militare che vorrebbe sfruttare i Velociraptor come animali da combattimento, personaggio che però ricalca lo stereotipo più scontato del soldato tutto virilità e violenza e poco intelligente.

La sceneggiatura è in pieno stile americano, stile poco credibile e a tratti davvero assurdo. Non si capisce, ad esempio, come possa la protagonista correre nella giungla, fuggire dai terribili dinosauri carnivori, e addirittura combattere contro di essi senza mai togliersi le sue belle ed eleganti scarpe con tacchi a spillo.

Anche a livello scenico, i richiami al primo film della saga sono evidenti e frequentissimi. Le pose dei dinosauri, la struttura delle scene di lotta fra di essi, le modalità con cui “cacciano” i protagonisti, sono sempre le stesse, trite e ritrite. La scena della macchina rovesciata che viene girata e rigirata dal Tirannosaurus rex alla ricerca dei passeggeri, presente nel primo film, è riproposta diverse volte in “Jurassic world” in varie salse. Lo stesso vale per la scena che in “Jurassic park” vede il grosso carnivoro irrompere nella sala centrale del museo, uccidere dei Velociraptor e infine gridare al cielo trionfante. Nel nuovo film viene riproposta ben due volte. Posso capire la citazione, ma qui si esagera!

Poca fantasia insomma, e grande uso degli effetti speciali e delle scene di azione per dare un minimo di consistenza alla pellicola. In sostanza, un film carino se si vuole passare una serata all’insegna dello svago, ma che non credo resterà nella storia del cinema.

Un’ultima nota: è poco curata anche la traduzione dei dialoghi che potevano essere controllati meglio. Si sarebbe evitato uno scivolone lessicale non da poco. In tutto il film i personaggi usano il termine “portare” nel senso di condurre un mezzo di trasporto (chi “porta” l’elicottero?). Peccato che tale uso sia dialettale e non italiano. Un buon traduttore avrebbe certo usato un termine diverso, magari “condurre” o “guidare”. Ma forse non si è ritenuto di spendere per un buon traduttore per un film non certo eclatante.

Enrico Proserpio

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