INTERVISTA A STEFANIA CRAXI: L’ITALIA CHE VERRA’.

Stefania Gabriella Anastasia Craxi (Milano, 25 ottobre 1960) è una politica italiana, già sottosegretario agli Esteri, deputata della Repubblica e presidente dell’associazione Riformisti Italiani.
Figlia del noto politico ed ex Presidente del Consiglio Bettino Craxi (1934 – 2000), ora è candidata per Forza Italia nel collegio di Monza – Seregno.

 

Quali avvenimenti di rilievo internazionale hanno visto come protagonista suo padre e con lui l’Italia?

 

Capisco che di questi tempi in cui la profondità di analisi e di pensiero si misura in un tweet possa appassionare più il ‘fatto’ in sé che non le ‘ragioni’ che lo determinano. Ma se vogliamo ricostruire una dimensione internazionale per il nostro Paese, che abbia come cardine e bussola il nostro interesse nazionale, dobbiamo recuperare una capacità di ‘analisi’ e di ‘riflessione’ che sembra essersi tristamente smarrita. Dico questo perché il governo del Paese e le sue relazioni internazionali sono una cosa assai seria. Io non parlerei pertanto di episodi, ma di linea politica. Ogni scelta e decisione assunta da Craxi, giusta o sbagliata che fosse, era il frutto di una visione strategica, compiuta in funzione dell’interesse nazionale e del ruolo che il nostro Paese doveva svolgere nello scacchiere globale. Ma, soprattutto, le decisioni, sempre ponderate e proiettate ben oltre le singole contingenze, erano figlie di convinzioni profonde e non erano mai animate da opportunismo e dettata dalle convenienze del momento.

Questi elementi sono proprie di una politica estera degna di questo nome. E, ancor più, sono necessarie per un Paese come l’Italia che, seppur in tempi ed in contesti differenti, continua ad essere una realtà cerniera che potrebbe svolgere un grande ruolo nell’interesse dell’Europa e dell’Occidente tutto. Non è infatti un caso se oggi contiamo meno di un tempo. La nostra politica è debole. Sono venute meno visioni e strategie, siamo subalterni e, sempre più spesso, le nostre scelte di politica estera sono dettate da interessi e logiche che non fanno le fortune altrui.

Craxi, la sua Italia, non lo avrebbero mai permesso. Lui pensava al nostro Paese come una potenza mediterranea in grado di dire la sua, alla pari, in ogni consesso internazionale. Per inciso, se proprio vuole un esempio, le dico che era l’Italia di Sigonella…

 

 

 

  1. La crisi di Sigonella è sicuramente tra gli episodi più memorabili. Definita la notte della politica e della diplomazia. L’Italia ne uscì come paese sovrano. Si può dire che Craxi fu in grado di difendere la posizione italiana con la forza della ragione, rispettando il valore del diritto internazionale. “Dear Bettino” scrisse il presidente americano Ronald Reagan nella famosa lettera. Oggi gli Stati Uniti sono guidati da Trump, da alcuni paragonato allo stesso Reagan. Con Trump Craxi sarebbe stato in grado di creare un dialogo, o meglio, di tenere il “pugno duro” contro le ultime scelte della sua amministrazione in ambito internazionale? (Vedi clima, vedi nucleare, vedi Gerusalemme capitale) Oggi gli Stati Uniti possono considerarci un interlocutore politico di pari grado?

 

Non mi avventuro su terreni ‘paranormali’. Non so cosa sarebbe in grado o meno di fare Craxi con Trump. Le sedute spiritiche le lascio ad altri professoroni, alcuni dei quali hanno contribuito in tempi non lontani a ‘svendere’ il nostro Paese. Io, per certo, so che Craxi non era un uomo che ragionava ed approcciava gli argomenti e le questioni in modo dogmatico e, come oggi avviene, con pregiudizio. Di certo avrebbe rispettato la volontà del popolo americano di eleggersi il Presidente che più lo rappresenta e da cultore delle Istituzioni, avrebbe interloquito con egli tenendo fermi le questioni ed i principi che animavano la sua azione politica e di governo senza farsi tirare dalla giacca da chicchessia. Nell’episodio di Sigonella, che Lei gentilmente ricorda, Craxi dimostrò non solo che l’Italia non era un Paese a “sovranità limitata” ma che la giustezza delle scelte paga, molto più dell’essere subalterni. Reagan lo capì. E quella scelta, come si evince anche dagli archivi del Dipartimento di Stato, influenzerà positivamente gli USA. Non è un caso se l’anno dopo Sigonella inizieranno per la prima volta i negoziati di pace in Medioriente.

 

 

 

Alcuni membri della Commissione europea (Moscovici, Katainen e Timmermans) hanno espresso una forte preoccupazione per la situazione di incertezza politica che si potrebbe venire a creare dopo il 4 marzo in Italia. Crede che questa interferenza esterna possa essere vista come una spinta per riportare l’attenzione sulle tematiche internazionali? (Finora trascurate nei dibattiti pre-voto).

 

Penso che non basti una dichiarazione ad influenzare l’elettorato italiano, tanto più se fatta da un euro-burocrate, una categoria che non mi sembra riscuota grande fascino in questo momento né in Italia né in molti paesi dell’Unione europea. Infatti, ho grande fiducia nell’elettorato italiano, seppur si presenta oggi scoraggiato e distaccato da una politica politicante che, dobbiamo dirlo, non ha dato prova né di capacità né di poter essere una guida salda in tempi di crisi. Premesso ciò credo che dobbiamo in un qualche modo abituarci, considerare quasi normali, fisiologiche, le esternazioni di rappresentanti politici ed istituzionali di Paesi dell’Ue e della Commissione. Viviamo economie che con il tempo si sono sempre più integrate e le scelte i comportamenti di un paese dell’Unione, specie se dell’eurozona, si riverberano su tutti gli altri. Semmai il discorso è di tipo diverso. Anziché indignarsi per queste dichiarazioni che, ad ogni modo questi signori della Commissione potrebbero risparmiarsi – bene a fatto il Presidente del Parlamento europeo Tajani a puntualizzare su tale accadimento – dovremmo ragionare su come avviare concretamente un processo di democraticizzazione della vita comunitaria, all’insegna di più partecipazione e più protagonismo dei cittadini in grado di superare assi privilegiati che rischiano di andare a scapito di tutti gli altri. È questo il tema cruciale che dovrebbe animare ogni nostro sforzo ed iniziativa, che dovrebbe caratterizzare il dibattitto elettorale prima ed istituzionale poi. Invece, si parla di tutto, tranne di ciò che è veramente importante. Il nostro stare in ‘Europa” non è una variabile da lasciare al caso ed agli eventi…

 

 

Un recente studio del Pew Research Center ha rilevato che l’Italia è il paese con il minor numero di persone che seguono la politica internazionale. Crede che siano argomenti troppo complessi e poco vicini alle preoccupazioni dell’elettore? Parlarne ora, in campagna elettorale, sarebbe una mossa poco funzionale ad accrescere il consenso? Sono comunque questioni che ci riguardano da vicino. Quali sono le posizioni del nostro paese su problematiche come il clima, il terrorismo e la non proliferazione nucleare?  

 

È un’anomalia tutta italiana figlia della seconda repubblica e della distruzione dei partiti che, seppur lentamente, sta rientrando per ragioni esogene. Il nostro Paese su molte questioni, anche su quelle che ha menzionato, segue il flusso, senza nessuna iniziativa e nessun protagonismo. Io penso che questo atteggiamento porti anche disaffezione e disinteresse nei cittadini. Ma a mio avviso, lo ripeto anche a costo di essere pedante, la questione primaria su cui dobbiamo cimentarci, se non altro perché dipende il nostro futuro come Paese e come democrazia, è la questione Europea, il futuro dell’Unione, perché così com’è e come l’abbiamo conosciuta in questi anni non funziona più. È uno scoglio, anzi, un iceberg, sul quale siamo incagliati e dal quale non possiamo uscire con una manovra a bassa intensità. Un simile atteggiamento ci porterebbe ad affondare, seppur lentamente. Bisogna ritrovare lo spirito delle origini, un afflato di futuro…

 

Craxi in un discorso nel 92’ fu profetico nel definire il divario nord-sud, da cui origina in parte l’esplosione dei flussi migratori “la questione sociale del nostro secolo”. Due giorni fa la Camera ha approvato la missione militare italiana in Niger. Craxi avrebbe considerato questa decisione come un assoggettamento a Parigi (difendere gli interessi della Francia in Niger) o un mezzo di contrasto capace di frenare il flusso di immigrati che arrivano in Italia (passando per la Libia)?

 

I migranti non si fermano con le barriere. Credo nessuno lo pensi, perché sarebbe folle. I flussi migratori si arrestano con politiche di sviluppo e di crescita che richiedono risorse, piani di investimenti e tempo. Credo che con Parigi i nostri interessi non collimino molto… ma questo, non vuol dire, che una missione internazionale sia un favore ai Francesi, specie in un’area devastata da problemi di natura epocale. Detto ciò, torniamo al punto precedente. Il nostro ‘stare’ in Europa in questi anni non è proprio stato un esempio fulgido da seguire e perpetuare. Dobbiamo ritrovare una nostra visione e dimensione internazionale con urgenza. Come vediamo gli altri paesi non aspettano. Il rischio di ritrovarci ancora una volta su carri che hanno destinazioni a noi non gradite è assai alto…

 

Massimiliano Buonocore,
Simone Tavola

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