Il virus dentro il virus è la disoccupazione

di Gabriele Rizza

L’ILO è un’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di lavoro e dei lavoratori. Un suo recentissimo studio rileva che la pandemia Covid-19 rischia di aumentare in maniera esponenziale la disoccupazione globale, facendola salire di quasi 25 milioni di persone e facendo perdere ai lavoratori di tutto il mondo tra gli 860 e i 3.400 miliardi di dollari entro la fine del 2020. Il rapporto dell’agenzia sostiene anche che l’operato dei governi sarà decisivo nel contenere questa vera e propria crisi nella crisi.

In Italia a vivere le maggiori sofferenze sono i proprietari e i dipendenti delle piccole aziende come i ristoranti, bar, alberghi, negozi di vendite al dettaglio e il settore dello spettacolo, citandone solo alcuni. E ricordiamolo, nella maggioranza dei casi, queste attività non sono proprietà di colossi mondiali ma a conduzione familiare o di singoli che si sono indebitati per dar vita alle loro imprese e pagano un affitto per lavorare. Nel calderone ci sono tutti gli autonomi e le partite iva e tutte le attività legate ai servizi e alla pubblicità. E i lavoratori in nero, quelli che hanno attirato tante critiche al Sindaco di Roma, Virginia Raggi, rea di averli nominati tra le persone in difficoltà. Eppure la Raggi aveva ragione: si sono ritrovati da un giorno all’altro senza un reddito e, esclusi i furbetti che sono ovunque, quasi mai lavorare in nero è una scelta. Anche l’industria rallenta, fermando la produzione o riducendola, anche a causa del difficile approvvigionamento dei componenti, in genere provenienti dalla Cina. Assistiamo ad una crisi dell’offerta che diventerà una crisi della domanda.

Se il mondo riaprisse il 3 aprile, tutto questo diventerebbe subito un lontano ricordo. Ma l’aria che tira è che ripartiremo piano piano, molte attività legate allo svago, alla cultura e al turismo non ripartiranno prima dell’estate, non ci sarà nessuna grande festa. Potremmo uscirne prima degli altri paesi ma si ripartirà solo insieme agli altri paesi, l’economia globalizzata è troppo interconnessa e così anche chiudere le frontiere non ci permetterà di abbassare la guardia davanti al pericolo di nuovi focolai. Per l’Italia gli investitori prevedono un calo del PIL per il 2020 tra il 6 e il 10% e un debito pubblico che vola al 150-160% del PIL.

Come evidenziato dall’ILO, il governo può contenere l’emorragia ed essere il protagonista del futuro rilancio dell’economia. È sempre stato così dai tempi delle due guerre mondiali e dalla crisi del 1929, solo negli ultimi due decenni ci siamo illusi che sia il mercato a salvarsi da sé, criminalizzando tutto quello che di pubblico c’è. La prospettiva non è solo economica, è culturale. Stiamo capendo quanto male abbia fatto alla sanità pubblica l’austerità imposta dall’UE e osannata in Italia da certi cortigiani liberal di sinistra, stiamo capendo l’importanza di produrre in loco i beni strategici, come nel caso dei ventilatori polmonari realizzati dall’italiana Siare Engineering, che venderà al governo italiano al costo di produzione i suoi prodotti. Ora capiremo che gli investimenti diretti, il credito alle imprese e i servizi alle famiglie, non sono solo delle armi contro la crisi, ma la regola per il bene di una comunità. In deficit!

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