IL Secondo tragico Conte

Di Roberto Donghi

Si dice che certi treni nella vita passino una volta sola.

Quello di Giuseppe Conte è passato, ma con 14mesi di ritardo. Non minuti, mesi.

Il discorso tenuto in aula ieri, dobbiamo ammetterlo, è stato liberatorio: più di un anno di vessazioni e soprusi fantozziani, annullamento della propria personalità nonché di parole dette da uno e smentite dagli altri due, sono stati vendicati da randellate verbali dritte sui denti di Salvini e di Maio, una scena che di fantozziano aveva molto, se non tutto e che richiamava quella leggendaria partita a biliardo nella casa del Direttore Cattelani. Non è difficile fare lo sforzo di immaginazione, basta sostituire “Fantozzi” con “Conte” ed ecco che:

“Al 38esimo coglionazzo ed al 38% a 17% di punteggio, Conte incontrò di nuovo lo sguardo di sua moglie”

Via di discorso in aula e, con la salita al Colle, presa in ostaggio della “vecchia stronza” Salvini, poi abbandonata nella cabina telefonica mentre ritira la sfiducia ed al telefono urla a Mattarella “E’ il mio uomo Sergio, io lo amo!” .

Facile vero?

O liberatorio come quei “92 minuti di applausi”. Liberatorio abbiamo detto, sì, ma anche un maldestro tentativo di ripulirsi dal collaborazionismo avuto per tutto questo tempo. A Vichy misero a morte per molto meno.

Non si può infatti risparmiare a Conte un giudizio lapidario su quanto fatto fino ad oggi. Ha dimostrato di poter essere un Presidente del Consiglio, lo ha fatto l’ultimo giorno della propria legislatura, forse in uno slancio, fantozziano appunto, di dignità dimostrando l’esistenza di un altro Conte, di un secondo tragico Conte, o forse per rimettersi sulla strada della politica a dire “Ehi, eccomi, sono qui, costo poco e sono spendibile” nella speranza di trovare una nuova maggioranza o un nuovo partito che lo sostenga al voto. Se da una parte gioiamo del fatto che qualcuno finalmente ha avuto il coraggio di dire a Salvini la verità, dall’altra dobbiamo rattristarci per il fatto che lui, Conte, è stato tra i primi artefici di questa situazione, di fatto delegando il proprio potere nelle mani di di Maio prima e di Salvini dopo che giustamente (politicamente parlando) se lo è preso.

Si chiude dunque qui l’esperienza populisita, come dicono in molti? Non credo proprio, forse siamo solo agli inizi. L’ultima parte del discorso di Conte è stato un manifesto politico programmatico, un arrivederci e non un addio. Dopo il dibattito, la parola è quindi passata all’irreprensibile costituzionalista Mattarella, il quale in questi giorni sperimenterà proprio i limiti dati da quel costituzionalismo rigido (e corretto) che lo differenzia tanto dal Napolitano interventista suo predecessore.

Qualsiasi scelta verrà fatta da Mattarella, Salvini ne trarrà vantaggio. Se decidesse di mandare tutti al voto il prossimo governo sarà ovviamente sovranista, ma forse così facendo si garantirebbe una rielezione al Colle (anche se il Presidente non pare affatto uomo da certe cose). Se decidesse di creare un nuovo esecutivo condannerebbe il Pd (il 5stelle per noi è già morto) ad una fine politica devastante per l’area politica di riferimento, la quale si troverebbe senza un partito spendibile e, mandando a Salvini all’opposizione, potrebbe solo aver rinviato l’inevitabile, fomentando ancor di più la retorica dell’inciucio.

Certo, magari il buon Sergio ha nella manica un asso da giocare, un nuovo Presidente del Consiglio in grado di logorare lentamente in 4 anni la retorica salviniana, ma all’orizzonte non si vede un nome plausibile.

Una cosa è certa, ci aspettano anni difficili e duri davanti. Non per la deriva fascista che il truce fa pensare di voler instaurare (Salvini non ha né la cultura politica né la cultura “culturale” di un Mussolini) ma per i danni a medio-lungo termine che la nostra economia e la nostra diplomazia subiranno e che noi, comuni cittadini, lavoratori, imprenditori, saremo chiamati a pagare.

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