IL SALARIO MINIMO E IL PERICOLO BOOMERANG

di Gabriele Rizza

Ancor più che ai tempi della crisi economica del 2011, l’Unione Europea ha un ruolo di primo piano nella riscossa italiana post- Covid. Se ai tempi della crisi del 2011, che comportò un drastico piano di austerity dagli effetti disastrosi per l’economia reale, l’unica ancora di salvataggio fu la BCE guidata da Mario Draghi, oggi tutte le istituzioni e centri di potere dell’UE sembrano essere l’epicentro degli aiuti e dei piani di sviluppo di ciascun paese: basti menzionare il Recovery Found, pur castrata dall’ostilità dei paesi “frugali” verso quelli del sud, Italia in testa, e il protagonismo della Presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen. Quest’ultima ha già tracciato, in un recente discorso, le linee guida della ripresa, perché i fondi che l’Italia riceverà, dovrà spenderli seguendo i “consigli” europei.

Al centro ci sono l’immancabile green economy e lo sviluppo digitale, sicuramente due rami ad alta redditività per le imprese ma anche ancora molto costose per i comuni cittadini. Altro punto fondamentale della Von der Leyen è il salario minimo europeo, divenuto da anno obiettivo della politica italiana, sia di destra che di sinistra, ma mai concretizzato per le peculiarità e tradizioni del mercato del lavoro in Italia: i sindacati, pur fiacchi e indeboliti da una decennio a questa parte, hanno da sempre un ruolo centrale a causa della tradizione dei contratti collettivi nazionali, che da una parte riescono ancora a tutelare i diritti e il salario di molteplici categorie di lavoratori, dall’altra non è aggiornato ai tempi in cui sempre più sono numerosi gli autonomi, i mestieri nuovi non più collegati al sistema produttivo novecentesco e non riesce a tenere testa alla “flessibilità”, intesa sia come forma di lavoro che di impoverimento dei cittadini.

Quindi, il salario minimo, potrebbe giocare un ruolo importante solo se applicato alle categorie “scoperte” da diritti e contrattazioni collettive e diversificato a sua volta per categorie, perché il rischio di un livellamento verso il basso sarebbe concreto. L’obiettivo è la tutela del lavoratore, per aiutare invece le imprese gli strumenti sono altri, di certo non l’abbassamento dei salari, spacciandola pure come sostegno alla popolazione.

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