Il problema del 51%

Di cosa si vuole discutere in questo articolo?

Delle residuali possibilità di cambiamento attraverso il logoro e sempre più disertato sistema di voto.

Non di altro. Conosciamo benissimo che diverse modalità di cambiamento sono praticabili, nel tempo, mediante altre vie di partecipazione, quali possono essere dei referendum per l’Indipendenza di parte dei territori di questa penisola, come è avvenuto in Scozia e come sta avvenendo in Catalogna oppure tramite l’implosione di un Sistema, arrivato ormai al capolinea, come avvenne nei paesi dell’ex-Patto di Varsavia ed in Russia. Le persone, semplicemente, con una disubbidienza più o meno passiva staccano la spina a tutto l’apparato politico-economico-istituzionale decretandone il crollo su se stesso.

Tutte queste possibilità ed altre ancora, tra l’altro, non sono nessuna in contraddizione o in alternativa speculare alle altre, anzi possono del tutto avere la caratteristica della concomitanza al fine di raggiungere, eventualmente meglio e/o nel minor tempo possibile, l’obiettivo del cambiamento totale o parziale dell’odierno status quo.

Noi qui, però, delimitiamo il campo di osservazione, ad una di esse, la più tradizionale e, per così dire, compassata modalità, almeno sulla carta, di cambiamento: le elezioni nazionali.

E’ una valutazione asettica, impersonale di uno scenario quella che si vuole cercare di dare. Non è colpa nostra se un assetto politico-istituzionale si auto-replica legittimandosi attraverso le sue regole date ad hoc e se una parte ancora consistente della popolazione di questo paese, anche se solo per abitudine, ritiene valido (o probabilmente ancora il più comodo) tale strumento di partecipazione per determinare le sorti del proprio paese, ma tant’è.

Anche il fenomeno sempre più massiccio dell’astensionismo, sotto certi aspetti che esulano dal principale motivo di pura protesta, può essere interpretato come il mezzo più facile e meno faticoso per lasciare intendere che non ci si sente più parte di un insieme sociale coeso che, tuttavia, non associa, a questo distacco di partecipazione, altre forme di protesta più radicali ed impegnative, come per dire: “Fate un po’ come vi pare, al massimo, fino a che non ci darete prova del contrario, non ci recheremo alle urne.”

Allo stato attuale delle cose, sembra tendenzialmente più significare una richiesta di credibilità l’astensionismo che il preludio, per altro sempre possibile con il deteriorarsi ulteriore della situazione, a forme più scomposte e radicali di protesta da parte di chi lo pratica.

Riepilogando, quindi, noi abbiamo: i) una disaffezione diffusa dei cittadini nei riguardi dello strumento di voto che, tuttavia, pare più legata ad una mancanza di credibilità dell’offerta politica che ad un rifiuto dello strumento di partecipazione democratica; ii) un sistema che attraverso le regole date di questo strumento e l’intermediazione politica del consenso di gran parte della vita economica del paese tiene legato a sé, lo zoccolo duro del suo elettorato, al punto di non poterlo far considerare contendibile, se non all’interno dello schieramento mainstream dei partiti tradizionali; iii) la parabola discendente del M5S che non ha fatto altre che dimostrare la grossa capacità di interdizione del sistema in essere, nullificando, non senza i vistosi errori politici degli improvvisati interessati, quel 25% di consenso che pure avevano ottenuto alle ultime elezioni nazionali di febbraio 2013.

Abbiamo, in ultima analisi, un sistema-paese sempre più con la coperta corta, alle prese con una crisi divorante ed una mancanza di volontà politica che rendono la situazione sempre più stringente dal punto di vista dei tempi, attraverso i quali, ricercare soluzioni che, oramai, necessitano di veri e propri shock strutturali di riforme, piuttosto che delle solite gradualità di intervento che non smuovono di una virgola la drammatica situazione; abbiamo un sistema che piuttosto che auto-eliminarsi preferirebbe di certo un commissariamento che gli lasciasse, tuttavia, una predominanza del tutto nominale anche solo come punto di riferimento interno delle politiche lacrime e sangue che si dovessero procedere a fare al fine di far quadrare i conti con l’Europa ed abbiamo, in fine, un’offerta politica che oscilla tra l’improvvisazione della società civile ed i problemi di credibilità dell’attuale opposizione.

Dato lo scenario, appare veramente come improba la possibilità che, attraverso questo strumento, possa darsi una sana rinnovata alle piaghe prodotte dai parassiti di questo paese alle membra e all’anima di questa comunità di individui chiamata ancora Italia.

Da una parte fette di società civile senza mezzi, improvvisate ed allo sbaraglio e dall’altra partiti di opposizione che hanno un problema di credibilità grosso come un grattacielo.

Mettetevi una mano sulla coscienza, gli uni e gli altri, non ci saranno più altre occasioni, forse è tardi anche per questa, ma se non si riuscirà a formare un 51% di aventi diritto al voto che si coalizzi sulla base di un programma di scopo, preciso e celere nelle modalità di attuazione, con una rinnovata ed intonsa credibilità del personale politico che deve supportarlo, potete anche continuare tutti quanti ad andare a trascorrere la giornate di voto in altri luoghi, lontani il più possibile dai seggi elettorali, tanto servirà a nulla e la sinistra sarà per sempre, insieme alle sue schiere di parassiti e di dipendenti pubblici al seguito, almeno fino a che avranno i soldi per pagargli, a tutti costoro, lo stipendio.

Nel caso, saranno altre, per i cittadini, le occasioni di partecipazione attiva e/o passiva al cambiamento di questo paese.

Accettiamo scommesse, sul punto.

Di buono, alla luce di questa analisi, c’è il fatto che già possiamo sapere che chiunque ci verrà a chiedere il voto per andare in Parlamento con il 3-5-10% di consenso, indipendentemente dalla sua buona fede, lo starà facendo per lo stipendio da parlamentare di qualcuno, non per voi.

Cristiano Mario Sabbatini

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