Il passo veloce di Fedele Confalonieri

“La vita è fatta di alti e bassi, noi ci siamo in entrambi casi: benvenuto in Unicredit.” Recita così lo slogan della campagna pubblicitaria, rigorosamente in a traditional way, volantinaggio corner to corner, dell’istituto guidato da Fabrizio Palenzona.  Per la serie il marketing incalza, nel metodo, le altre ripartizioni aziendali. Tant’è, l’associazione di idee è rapidissima, quasi in simultanea con le parole di Fedele Confalonieri che, insieme a Palenzona, è  ospite di un raccolto nugolo di persone convenute ad ascoltare il Senatore Quagliariello, in una delle sue sempre più frequenti trasferte milanesi. Si uniscono a loro, la lingua di Giulio Sapelli, tagliente e non sempre provocatoria sul punto giusto e la buona complicità del Direttore di Classica Tv, Piero Maranghi. Sono tutti prodighi di consigli quasi come se la politica dovesse prendere appunti, e in effetti ne varrebbe pure la pena.

Senza sbavature l’intervento di Fedele Confalonieri, il capo dell’organizzazione di Italia Popolare non avrebbe saputo fare di meglio. Cita gli abitanti delle case popolari di Milano, “anche noi qui, stasera, siamo abusivi”, parla di organizzazione, dell’abitudine, tipica della tradizione amministrativa ambrosiana, a ricevere chiunque chieda un incontro, a non negare una chanche di riscatto ad alcuno; ricorda il ritmo di lavoro dei politici di una volta “Bassetti macinava chilometri da una parte all’altra della Regione, per convincerci delle sue tesi” La platea segue in silenzio, con attenzione. Ormai non stupisce più, ma rimane l’effetto positivo,  vedere sempre più spesso Roberto Formigoni presente ad ascoltare, attento a qualsiasi sfumatura. Buon sangue non mente. Eppure qualcosa non gira. “Riforme, tempo per sedimentarle e sussidiarietà per il terzo tempo della Repubblica” dice Quagliariello, ancora “le riforme costituzionali sono uno strano oggetto, quando te ne occupi la gente se ne disinteressa perché giustamente ha altre priorità, ma se non le fai, ti criticano anche aspramente” e per finire “siamo ancora nella prima Repubblica perché le regole del gioco sono sempre quelle e le riforme sino ad oggi non sono arrivate”.

Ha ragione il “saggio” chiamato a suo tempo da Napolitano a seminare il terreno, ma verrebbe da chiedersi quale debba essere il prezzo giusto per questa stagione di riforme e chi lo debba pagare. In linea tendenziale è confermato il dato del quasi il 40% di aventi diritto che non si recano alle urne. Se guardiamo al centro destra tradizionale, la Lega di Salvini non fa che recuperare il consenso perso da Forza Italia, e nemmeno tutto. Altrove solo i Popolari di Mario Mauro tentano un’operazione politica autentica quanto originale e per questo faticosa. Passera e Della Valle hanno certamente tenacia e determinazione. Andiamo oltre. Sulle riforme costituzionali, per rafforzare la democrazia, bastava un emendamento semplice: gli eletti alla Camera e al Senato Federale siano conteggiati in proporzione al numero effettivo di votanti. Qui ha ragione Sapelli, il consenso conta perché le riforme siano vere. E in politica non vale il silenzio assenso. Casini, Chiti e Corsini proposero un dibattito vero nel Paese sulle riforme costituzionali, avevano e hanno ragione. Ma non ve n’è traccia. I compromessi parlamentari, come sul Jobs Act, non sono sufficienti per fare bene quando quasi la metà dei concittadini non vota. Allora ha ragione Palenzona di Unicredit “basta crociate contro la politica, guardiamo le responsabilità soggettive, smettiamola col mettere alla berlina una disciplina essenziale della vita umana”, ma se la stragrande maggioranza dei politici presenti oggi in Parlamento non inverte la prospettiva e non decide con umiltà di ascoltare l’eterogenea maggioranza silenziosa, il passo avanti sarà instabile. Per tutti. È vero Senatore Quagliariello non è sufficiente nemmeno solo ascoltare il popolo, occorre capacità di sintesi e di indirizzo. Ma senza base, nessuna altezza è solida. E le battaglie culturali, come sa chi dirige la Fondazione che presiede, vanno fatte. È il senso, il contenuto e l’efficacia delle regole che la terza Repubblica ha smarrito fin dall’inizio.

Silvia Davite

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