Il mood sisterhood si fa strada: le grandi direzioni artistiche sono in mano a donne

di Martina Grandori

È tempo di fashion week a Milano, è tempo per raccontare gli importanti cambiamenti culturali che stanno pian piano emancipando anche gli uffici stile della moda, storicamente roccaforte del mondo maschile.

Una progressiva rivoluzione intellettuale in atto da tempo e in atto a 360 gradi, che vede cambi di poltrona significativi fra gli stilisti. 

Qualcosa finalmente, un po’ alla volta sta cambiando. In fondo siamo o non siamo in un periodo di rivoluzione al femminile? Per carità non mi riferisco a quel femminismo ottuso, ma di una rivoluzione molto più pacata e raffinata all’insegna di un riposizionamento della donna, del pensiero femminile, capitanata da donne evolute e libere, donne che di quel femminismo che ha cercato assennatamente la parità dei sessi, ne hanno elaborato un pensiero più sofisticato.

Una sorellanza fra donne, quella che si traduce con un hashtag assai popolare sui social, #sisterhood, un cambiamento che vede un riequilibrio della figura femminile nel cervello del sistema moda, ovvero gli uffici stile dove da uno schizzo, da un brainstorming, da uno sfogliare libri di ogni genere, nascono le collezioni che poi noi donne compreremo per essere belle e seducenti.

Porta bandiera di questo nuovo girl power nel mondo della creatività è per tutte Maria Grazia Chiuri, prima donna al timone dello stile di Dior per volontà di Bernard Arnault, una strategia, la sua, all’insegna del pragmatismo – caratteristica di ogni donna poliedrica e sveglia – e della dinamicità, il tutto condito da un’enorme eleganza e dalla classe femminile.

Un passato glorioso da Valentino, la collezione  Rockstud disegnata insieme a Pierpaolo Piccioli è diventata un caso di studio, un successo planetario. Da Valentino Garavani, Chiuri, ha imparato la coerenza e la fermezza. “Aveva cura di sé e della sua vita personale. Una regola fondamentale in un momento in cui il correre frenetico sembra legge” spiegò tempo fa in un’intervista. Un insegnamento fondamentale quando si disegnano abiti per donne multitasking che meritano di essere belle e valorizzate.

Per il suo debutto alla direzione creativa, Maria Grazia Chiuri, non a caso, mette subito in chiaro che lei tifa per le donne autentiche. Stiamo vivendo un cambiamento epocale e chi disegna abiti ne ha in buona parte la responsabilità, a differenza di quello che il couturier Charles James sosteneva, ovvero che “il corpo delle donne è intrinsecamente sbagliato, bisogna migliorarlo con la moda”.

Come manifesto di questa presa di coscienza, di questo risveglio della donna, utilizzò l’accessorio più virale mai inventato: la t-shirt con una scritta. Nel 2016, appena arrivata da Dior, mandò in passerella una t-shirt bianca con scritto “We should all be feminists”, frase della scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie sottolineando all’istante la sua indole combattente di donna affermata, di madre, di moglie, di amica, di tanto altro.

Un po’ come accadde alle sorelle Fendi (dove Chiuri ha lavorato agli esordi, andando sempre oltre il già noto e omologato), esempio antesignano e virtuoso di una realtà al femminile fatta di sorellanza, che ha sempre rispettato la sfera personale delle cinque sorelle, ciascuna con un ruolo, ciascuna con interessi, figli, famiglia. 

Ma il mood #sisterhood approda anche da Chanel. Dopo la morte di Karl Lagerfeld nel 2019, l’annuncio bomba: sul trono più prestigioso della moda francese sale Virginie Viard, donna che ha sempre avuto un gran peso all’interno della maison, ma che ha sempre mantenuto un basso profilo, rasentando l’anonimato per chi non è avvezzo a questo tipo di mondo. Dopo Coco Chanel, Virginie Viard è la prima donna alle redini della direzione artistica della casa di moda. Anche questo fa riflettere, raccogliere l’eredità del Kaiser, come veniva chiamato Lagerfeld, non è cosa scontata.

Ci vuole stoffa.

E così anche per Sarah Burton che ha coraggiosamente raccolto nel 2010 l’eredità di quel meraviglioso visionario che era Alexander McQueen, portando avanti un lavoro stilistico di grande livello. Il suo è ancora una volta un manifesto di tutti gli aspetti del carattere delle donne: dalla fragilità, alla forza, alla bellezza.

Le donne di oggi non hanno bisogno di vestirsi come un uomo – tra le righe di mortificarsi – per sentirsi più forti, un abito bello, disegnato per esaltare femminilità e allure, può solo sottolineare la tempra d’acciaio di una donna. 

Multiculturalità ed etica all’insegna di una moda più consapevole, colta sono i principi di un’altra donna della moda, Stella Jean, stilista indipendente la cui visione si è sempre distinta non solo in termini di sostenibilità, ma per aver creato collezioni all’insegna delle emozioni, più che dei numeri. Jean usa tessuti wax realizzati a mano dalle donne africane del Burkina Faso, ogni pezza porta con sé un racconto, ore di lavoro, un mix di culture, un risultato che conferisce al capo un fascino e un sapore che si stanno perdendo.

Un invito a riscoprire cosa c’è di bello e curioso dietro ad una gonna o dietro una camicia, cosa c’è dietro ad una stoffa tessuta a mano. Un invito a riflettere, perché la consapevolezza femminile vuole i suoi tempi. Anche di questi tempi, veloci e sfuggenti.

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