IL FIORE DEGLI INFERI

di Fabiola Favilli

L’inverno mite ha favorito un precoce risveglio della natura, in particolare nelle aree a macchia mediterranea: nelle garighe, nelle pinete ed in generale nelle fasce costiere si percepisce che la “primavera a mare” è già arrivata.

Sulle coste toscane e liguri tradizionalmente si anticipa di un mese l’arrivo della primavera rispetto all’equinozio del 21 marzo, ma quest’anno piante ed animali hanno avuto a disposizione pochissimo tempo per il riposo invernale. Insetti, alcuni rettili come le lucertole ed i mammiferi hanno già iniziato un nuovo ciclo vitale e non meno sulle piante stanno per spuntare le prime foglie.

Alcune fioriture sono già presenti, stimolando l’appetito degli insetti; proprio nelle garighe, gli ambienti rocciosi esposti sul mare, è possibile vedere in questi giorni le stupende fioriture degli asfodeli. Pianta mediterranea per eccellenza, l’asfodelo ha un antico legame con l’uomo: le civiltà etrusca, greca, sarda gli hanno attribuito significati sacri e l’hanno resa protagonista di leggende, ma anche la letteratura moderna si è fatta ispirare dalla discreta bellezza di questa diffusissima pianta erbacea. I Greci pensavano che dopo la morte le anime dei peccatori sprofondassero nel Tartaro, quelli dei giusti ascendessero ai Campi Elisi, mentre quelle la cui vita non era stata caratterizzata da gesta né positive né riprovevoli raggiungeva i prati di asfodeli, come si legge nell’Odissea (XI, 487-491; 539; 573).

Per questo i romani li piantavano sulle tombe, e Giovanni Pascoli li indica come fiori dei morti nell’Etera (Poemi di Ate, 1904). Nell’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam (1509) risulta che l’asfodelo non cresce nel luogo dove nasce la pazzia, e molti grandi della letteratura citano la pianta come Virginia Woolf in Orlando, Oscar Wilde ne Il ritratto di Dorian Gray, Grazia Deledda ne La via del Male, Gabriele D’Annunzio ne Le stirpi canore e ne Il piacere. Nel primo libro della saga di Harry Potter l’asfodelo in polvere versato in un infuso di artemisia crea una pozione soporifera chiamato “distillato della morte vivente”.

Questa liliacea nel tempo ha sfamato i più poveri soprattutto in Sardegna, in Puglia ed in Sicilia: venivano cucinati il bulbo ed il gambo, quest’ultimo anche conservato sott’olio. I fiori sono bottinati dalle api, ed il miele di asfodelo è chiaro, delicatissimo e pregiato. Le foglie vengono utilizzate ancora oggi in Puglia per confezionare la “burrata”, mentre in Sardegna lo stelo essiccato viene lavorato per produrre tradizionali cesti artigianali, che un tempo erano indispensabili accessori per la panificazione e facevano parte del corredo delle spose. Dal tubero si estrae alcool di modesta qualità.

La corolla floreale è edule ed è costituita da sei carnosi petali di colore bianco; la nervatura centrale di ogni tepalo è verde o rosata. Furono gli Arabi a conoscerne per primi le proprietà terapeutiche e a utilizzarlo per la cura delle ulcere e della scabbia.

La medicina greca lo raccomandava come antidoto del veleno e panacea universale; effettivamente ha proprietà vulnerarie ed antiparassitarie, anche se principalmente è impiegata per schiarire le macchie della pelle e le efelidi e per lenire l’eritema solare.

Se ti è piaciuto questo articolo lascia un commento o sottoscrivi il feed RSS per ricevere i prossimi nel tuo reader.