Il fenomeno delle “Reborn dolls”: uno sguardo psicologico

L’immaginazione è l’unica arma nella guerra contro la realtà.
Lewis Carroll

La nostra mente può, talvolta, perdersi in se stessa, può fare giri lunghi e non vivere, forse mai, nella realtà tangibile e condivisa. Nell’ultimo periodo, sono stata attratta da un fenomeno che, a prima vista, potrebbe anche intenerire ma che, ad uno sguardo più attento e approfondito, può far emergere problematiche delicate, il più delle volte allarmanti per la salute psicologica.

Si tratta del fenomeno delle “reborn dolls”, ossia delle bambole rinate iperrealistiche prodotte per la prima volta in America negli anni ’90 per una forma di puro collezionismo. Fin dai primi bambolotti prodotti, si evidenzia una naturalezza disarmante capace di confondere sulla realtà dei fatti, tanto che, piano piano, i prodotti in questione iniziano ad attirare l’attenzione non più soltanto di collezionisti in cerca di opere d’arte, quanto piuttosto di donne con un passato traumatico e di coppie con storie di una genitorialità travagliata.

La produzione delle bambole si intensifica perché le richieste del mercato si presentano più prepotenti, si passa così ad uno scenario che, a tratti, lascia attoniti e sconcertati.

Le bambole vengono scelte e comprate come surrogati di bambini, e pertanto le dinamiche si prestano a complicazioni perché c’è la possibilità che qualcosa, in fatto di salute mentale, possa sfuggire di mano e far scivolare in porti non sicuri.

Il confine fra ciò che è realtà e ciò che rifugge da essa è un tema che meriterebbe una speculazione a sé, fatta con scientificità e accuratezza, ma senza troppo discostarsi da una visione degnamente scientifica, sento di poter affermare che la questione di cui scrivo merita un’attenzione clinica.

Non sempre e senza generalizzare, ovviamente. E mi sembra ovvio perché le “reborn dolls” hanno avuto, e ancora hanno, un merito non trascurabile nella cura di pazienti affetti da malattie neurodegenerative come il Morbo di Alzheimer. Diversi studi in letteratura, soprattutto di Gary Mitchell e coll., illustrano i vantaggi terapeutici della “Doll Therapy” nella cura e nella gestione delle demenze, un trattamento olistico che considera la persona nella sua globalità e che presenta numerose evidenze scientifiche tra le terapie non farmacologiche.

Spesse volte, le “reborn dolls” vengono utilizzate clinicamente anche in alcune fasi di elaborazione di un lutto in gravidanza o in età infantile, precisamente nel periodo immediatamente successivo alla perdita e nella fase di negazione dell’evento drammatico. Inoltre, sono largamente utilizzate da chi non riesce a a realizzare il sogno di diventare genitore, talune volte sono donne single, altre volte sono coppie.

È qui che il confine tra l’efficace e l’inefficace, tra il funzionale e il disfunzionale diventa sottile, è proprio in questa zona di azione che, a mio parere, si annida il pericolo.

E anche se il fenomeno qui in analisi non è stato ancora attentamente studiato in ambito scientifico, è possibile osservare che, soprattutto negli ultimi anni, oggetti inanimati, anche se finemente prodotti, rischiano di animarsi nella mente di donne e di coppie “genitoriali” in modo delirante, creando focolai di malessere esistenziale.

Un bambino finto, amorevolmente accudito e allevato, cosa può creare nella vita di persone che rincorrono qualcosa che non esiste veramente, se non nella propria mente?

Si tratta di una pericolosa alienazione, si rischia di perdersi nei sentieri della non accettazione di qualcosa che non può essere cambiato, immergendosi di conseguenza in uno stato di sofferenza drammatica.

Tutto questo nel tentativo disperato e fallace di non affrontare il dolore naturale della vita, tentativo che, oltre a far soccombere, porta a perdere ciò che di utile e propositivo la realtà propone e offre anche nei momenti più bui.

La vita inevitabilmente è sia positività che negatività, il tutto integrato e sfumato in una realtà che, per alcuni aspetti va accettata e che per altri va cambiata, nella ricerca di un equilibrio. È un moto continuo tra accettazione e cambiamento con lo scopo di trovare la sintesi fra gli opposti dell’arco vitale.

In questa concezione dell’esistenza umana, il dolore fa parte del gioco, ed è importante sottolineare che si può distinguere un dolore “pulito” da un dolore tecnicamente definito “sporco”, il dolore pulito va accettato e vissuto, ci si entra dentro rispondendo agli accadimenti del proprio percorso di vita con risorse e potenzialità personali, mentre il dolore sporco è il vano tentativo di scalciare dinanzi al dolore pulito e naturale dell’esistenza. Diventa così atroce e caotico, trasformandosi in una mera “sofferenza opzionale”.

In questo passaggio concettuale, inserisco il fenomeno delle “reborn dolls” se utilizzate in un modus tipicamente alienante e disturbato; le “bambole rinate” possono diventare un’esperienza infelice e avvilente per rifuggire da ciò che offre la vita nella sua più cristallina naturalezza, anche se difficile e doloroso, per evitare quanto è fattualmente, e creare scene parallele di dorata e finta vitalità.

Una perdita, un vuoto emotivo o anche un desiderio non realizzabile, come ad esempio il progetto di diventare genitori, può essere un reale dramma, è un evento che mette significativamente alla prova, questo però non suggerisce di rifugiarsi in mondi paralleli e solo propri, non sarebbe sano e la qualità della vita andrebbe incontro a potenti degenerazioni.

Sono eventi e situazioni che richiedono una sensibilità importante e una validazione emotiva profonda, ma anche un sostegno che permetta un superamento dello stallo esistenziale in cui ci si trova, in modo da far leva sulla motivazione intrinseca per andare avanti in un atteggiamento di accettazione di ciò che non può essere cambiato. Questo passaggio non va confuso con

un’accettazione apatica e passiva di tutto ciò che scorre e avviene, tutt’altro. L’accettazione non passiva è un’abilità che permette di non ostinarsi e di aprirsi gentilmente a tutte le possibilità esistenziali in cui ogni essere umano è continuamente ed evolutivamente immerso.

Una scorciatoia fittizia sarebbe ostinarsi a non stare con ciò che la vita realmente offre, creando in sé un mondo oscuro, inesistente, celatamente spaventante, che prima o poi, nel lungo periodo, presenta il conto, e potrebbe essere un conto salato, in fatto di salute mentale, perché un insieme di vani evitamenti esperienziali non fanno altro che nascondere il dolore, accrescendolo.

“Siamo immersi in un mare di possibilità”
Søren Kierkegaard


Dott.ssa Rosetta Cappelluccio
Psicologa psicoterapeuta

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