IL DITO DELL’ECONOMIA CHE INDICA LA CINA, NOI CONDANNATI A GUARDARE IL DITO

di Mario Alberto Marchi

Nemmeno il tempo di leccarci le ferite alla nostra economia, che il riaccendersi sei contagi da covid ce le ha riaperte e rese di nuovo sanguinanti. Così, se il Ministro dell’Economia Gualtieri aveva messo le mani avanti, annunciando che il rimbalzo di PIL del terzo trimestre potrebbe compensare una caduta di fine anno, ci pensa l’Ufficio Parlamentare di Bilancio a prospettare più che una caduta, un vero tonfo, con un segno negativo del PIL fino a -8%.

Non che gli altri Paesi dell’Ue vedano un futuro più roseo, tanto che si è fatta strada – a dire il vero in modo un poco imprudente e poco ragionato – l’idea della cancellazione del debito covid, nelle dichiarazioni del Presidente del Parlamento Europeo Sassoli. Lo stop immediato da parte della Commissione era scontato e legittimo, ma il solo fatto che a Bruxelles se ne parli, dà bene l’idea di quanto poco si creda in una ripresa in tempi accettabili per il sistema economico.

Ebbene, mentre ci stiamo rendendo conto di tutto questo, scopriamo che a est c’è un altro mondo che non solo sta uscendo dall’emergenza Covid, ma lo fa andando bene al di là di provvedimenti tampone, creando un nuovo sistema che potrebbe perfino bastare a sè stesso.

Parliamo naturalmente del gigantesco accordo commerciale promosso dalla Cina, che coinvolge 14 paesi asiatici, tra i quali Giappone e Corea; e quest’ultimo è il dato più clamoroso, perchè delinea il superamento di una storica contrapposizione tra comunismo e capitalismo di mercato.

Il nuovo “sistema” rappresenta potenzialmente il 30% dell’economia globale e coinvolge 2,2 miliardi di persone. Il cardine è rappresentato dall’abolizione immediata di gran parte dei dazi e dell’azzeramento totale entro dieci anni. Insomma, con un’iperbole potremmo dire che la Cina ci dà una lezione di liberismo.

Da tutto questo tutto, il blocco occidentale è fuori, a rimorchio dell’ostilità degli Stati Uniti, già iniziata durante l’amministrazione Obama e poi portata al suo massimo da Trump.

Cosa possiamo fare? Concretamente quasi nulla, se non stare a guardare. Più teoricamente, possiamo accettare di prendere lezione: non dalla Cina, ma dal concetto che sta dietro questo accordo: il mondo è troppo grande per pensare di difendere la propria economia costruendo recinti.

Soprattutto per un Paese come il nostro che può contare sulla qualità dell’offerta. Dobbiamo sbrigarci, però, perché l’emergenza è nemica della lucidità ed è di quest’ultima che abbiamo tanto bisogno.

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