IL CROCUS

di Fabiola Favilli

Crocus era un bellissimo giovane ed amava, ricambiato, la ninfa Smilace; gli dèi dell’Olimpo non vedevano di buon occhio l’unione tra i due poiché lui era un mortale e lei faceva parte della schiera di fanciulle mitologiche, quindi immortali.

Gli dèi utilizzarono i loro poteri per separarli, trasformando Crocus in un bulbo: porta il suo nome il bellissimo fiore che anticipa la primavera, incantando con i suoi colori intensi, sgargianti, che lo fanno notare da lontano nei sottoboschi monocromi di fine inverno. Smilace si disperò talmente tanto che, pietosamente, fu anch’essa tramutata in una pianta: la Smilax Aspera, la Salsapariglia, con le foglie a forma di cuore a memoria dell’eterno amore giurato a Crocus.

Se la Salsapariglia è impiegata in erboristeria come fitodepuratore, il Croco ha avuto un’eccezionale fortuna nella storia: dai suoi pistilli rosso oro infatti si ottiene il prezioso zafferano, con cui gli antichi greci tingevano le stoffe, Cleopatra si faceva la maschera di bellezza ed i romani condivano i cibi. In Persia lo utilizzarono per aromatizzare il tè, in India, Cina e Giappone era considerata un’indispensabile spezia tintoria.

Dopo la fine dell’Impero Romano e la discesa dei barbari furono gli arabi a diffonderne di nuovo l’uso: attraverso la loro dominazione nel sud della Spagna lo zafferano diventò un ingrediente indispensabile per i raffinati piatti moreschi e poi per la paella. Essi inoltre ne scoprirono le proprietà medicinali curandoci il mal di stomaco, e con lo zafferano i medici tentarono di contrastare la Peste Nera nel 1348.

Attraverso la dominazione spagnola i pregiati stigmi entrarono a far parte della tradizione culinaria del nostro paese, caratterizzando con il suo color oro ad esempio il risotto alla milanese o i dolci sardi pardulas. Dal XIV secolo l’Abruzzo primeggia nella coltivazione di zafferano, importato dalla Spagna dal monaco domenicano Domenico Santucci; è proprio in quella regione, a Civitaretenga, che si venera la Madonna dello Zafferano. Secondo la tradizione un’artista che soggiornava in un’osteria vide in sogno la Madonna, che gli chiese di ritrarla; l’uomo, non avendo i colori con sé, utilizzò lo zafferano che trovò in cucina. Nel luogo dove sorgeva l’osteria fu eretta la Chiesa della Madonna dell’Arco, a memoria della miracolosa apparizione.

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