Il 1973 come il 2020: anche in quell’anno gli italiani cambiarono stile di vita

di Gabriele Rizza

Lo shock petrolifero del 1973 per fortuna non contagiò e non tolse la vita a nessuno. Cambiò però forzatamente, per un periodo di quasi un anno, le abitudini e lo stile di vita degli italiani e, in generale, di tutti gli occidentali. Non ci furono cambiamenti che condizionarono gli italiani a lungo termine, ma alcune restrizioni sono poi diventate prassi nella politica dei governi e dei comuni italiani.

In quell’anno i principali paesi produttori di petrolio – perlopiù arabi, escluso il Venezuela – ridussero l’estrazione di petrolio del 5% ogni mese per punire la politica filo- israeliana dei paesi occidentali, facendo così schizzare il prezzo del greggio al barile e, di conseguenza, della benzina, dell’energia elettrica e della produzione industriale. Per capirne meglio l’impatto devastante sull’economia, basti pensare che, prima dello shock, il petrolio in Italia copriva il 64% del fabbisogno energetico, mentre vent’anni prima appena un terzo.

Il governo in carica nel 1973 era guidato dal democristiano Mariano Rumor che, nel mese di novembre, deliberò una serie di misure di contenimento forzato dei consumi. Inevitabilmente, le principali misure riguardavano il trasporto pubblico e privato: divieto di circolazione ai mezzi motorizzati su tutte le strade urbane ed extraurbane in tutti i giorni festivi (domeniche o infrasettimanali) con multe da centomila lire a un milione per i contravventori e sequestro immediato del mezzo. Per gli spostamenti gli italiani potevano utilizzare treni, aerei, navi, taxi, nonché gli automezzi delle linee pubbliche o con licenza di servizio da noleggio. Dal 10 marzo del ’74 invece, si introduceva per la prima volta la circolazione a targhe alterne, restrizione presa a modello negli anni successivi. Gli italiani riscoprirono così il piacere di passeggiare nei centri storici diventati finalmente isole pedonali.

I negozi e gli uffici pubblici dovevano anticipare la chiusura: i primi dovevano chiudere al massimo entro le 19, tenendo sempre spente le insegne e le luci delle vetrine, i secondi alle ore 17.30. Invece bar, ristoranti e locali pubblici erano obbligati a chiudere alle 24, mentre cinema e teatri potevano rimanere aperti fino alle 22.45.

L’illuminazione pubblica dei comuni doveva essere ridotta del 40 e l’Enel ridusse del 6-7% la tensione erogata tra le ore 21 e le 7, così anche la programmazione televisiva doveva chiudersi entro le 23. Ad esempio, il direttore generale della RAI, Ettore Bernabei, anticipò l’orario del telegiornale dalle 20:30 alle 20 per mandare gli italiani a letto alle 23.

Tutte queste restrizioni restarono in vigore per circa sei mesi. La circolazione a targhe alterne e le domeniche ecologiche non furono più abbandonate, non per austerity ma perché lo shock petrolifero portò la società italiana a discutere di nuove questioni tutt’ora dibattute, come la tutela dell’ambiente, l’inquinamento e le alternative al petrolio. Entrarono a far parte del linguaggio comune nuove parole come ecologia, risparmio energetico e spreco.

Cambiare anche per poco le abitudini di vita può cambiare il modo di pensare. Chissà se anche questa volta sarà così.

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