I rischi della solidarietà internazionale: il caso del Piano Marshall

di Gabriele Rizza

 

 

Considerato come la soluzione ad ogni dramma economico sociale, il Piano Marshall è invocato tutt’oggi come un Deus ex machina. Sempre nominato a margine di ogni gesto di solidarietà, specie ai tempi del Coronavirus tra coronabond europei e mascherine dalla Cina. Parlarne ancora oggi dà l’idea di degli effetti a catena che comportò il piano ideato dall’amministrazione Truman nel 1947, in particolare dal suo Segretario di Stato, George Marshall, mettendo in campo ben 13 miliardi di dollari destinati ai paesi europei, usciti distrutti dal conflitto mondiale. Una cifra da capogiro per l’epoca.

Eppure, la prima regola di quando ci si approccia alle relazioni internazionali è che la solidarietà, pura e disinteressata, come da uomo a uomo, non esiste. O meglio, ogni azione può essere animata da nobili ideali, da una visione del mondo o dalla vicinanza culturale, ma nessuno fa niente per niente. In politica estera si agisce in base ai propri interessi, e se un gesto di solidarietà coincide con i propri interessi, tanto meglio. Il Piano Marshall è un esempio lampante e geniale di questo ragionamento. Sempre da tenere in mente ogni qualvolta l’Italia riceve un aiuto economico o sanitario da altri paesi, UE o extra UE.

Dopo la vittoria su Germania e Giappone, gli USA dovevano capitalizzare al massimo la vittoria. Restavano aperte tre questioni. La prima era di economia interna: occorreva dare continuità, in chiave civile, all’apparato industriale rafforzatosi con lo sforzo bellico. Vendere i propri prodotti a qualcuno era una priorità. La seconda era di natura ideologica: espandere nel mondo il proprio modello di economia liberale, così da legare a sé anche culturalmente i propri alleati. La terza era politica: nel 1947 non era improbabile un’espansione del comunismo più a ovest, in tutta la Germania e in Italia in particolare.

E così, con un solo tiro, gli USA colpirono tre bersagli. La freccia si chiamava Piano Marshall. Distribuendo 13 miliardi di dollari a vincitori e vinti, per ricostruire quanto distrutto dai bombardamenti e sfamare la popolazione, gli europei comprarono prodotti americani, industriali e alimentari. Potendo così riconvertire la produzione da militare a civile senza drammi. Così fu risolta la prima questione.

Di conseguenza anche la seconda. Gli americani imposero infatti due condizioni: in primo luogo, gli Stati europei beneficiari dell’aiuto dovevano spendere anche per adeguare il sistema industriale sul modello americano. Ad esempio fu con il piano di aiuti che il sistema produttivo della catena di montaggio si impose definitivamente in tutto il mondo occidentale. In secondo luogo, gli USA imposero agli europei di intraprendere iniziative per l’integrazione europea, in particolare a favore del libero scambio, eliminando o adeguando le proprie barriere commerciali. Iniziative come la CECA e CEE furono conseguenza della condizione posta dagli Stati Uniti per ricevere i miliardi di dollari. Poi gli Stati Uniti fermeranno qualsiasi iniziativa europea oltre la sfera economica, condizionando non poco la storia europea.  Infatti, per la politica e la difesa bastavano la bandiera a stelle e strisce e la NATO,

Infine, politicamente restava il problema dell’URSS. Proponendo il Piano Marshall anche ai paesi dell’est europeo, a partire dalla stessa URSS, gli Stati Uniti misero i sovietici nella condizione di fare una scelta e di rompere ancora di più i rapporti tra gli ex alleati. Allo stesso tempo, portando sotto la propria ala i paesi che accettarono l’aiuto, in particolare la Germania Ovest, gli USA davano inizio a una strategia di contrasto all’URSS portata avanti per decenni: la strategia del contenimento.

Uno scacco matto che segna tutt’ora la storia. Alla lunga, ha davvero vinto anche l’Europa?

 

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