GOSSIP D’ARTISTA

Parte Quarta

di Fabiola Favilli

I rapporti tra artisti spesso sono stati amichevoli e solidali, ma molti sono stati i casi di invidia, odio ed offese. Michelangelo Buonarroti, caratterialmente ombroso e schivo, era ammirato dai suoi colleghi ma nessuno ci andava d’accordo; noto è l’episodio in cui Raffaello Sanzio, seguito dai suoi collaboratori, si recava in San Pietro ed incontrò Michelangelo che l’apostrofò: “Sembri un capitano con il suo corteo”, al che l’Urbinate gli rispose: “Tu invece sei sempre solo come il boia!”.

Nel 1504 il governo della città di Firenze istituì una commissione costituita da Sandro Botticelli, Filippino Lippi, Pietro Perugino, Antonio e Giuliano da Sangallo, Simone del Pollaiolo ed Andrea della Robbia, per decidere dove doveva essere collocato l’imponente David di Michelangelo. L’opera era straordinariamente bella, e l’Arte della lana che l’aveva commissionata esigeva una degna collocazione. Botticelli l’avrebbe preferita presso il Duomo, Filippino Lippi, portavoce del Comune, prevedeva una collocazione a lato della porta principale di Palazzo Vecchio, affacciata sulla piazza; altri suggerirono al centro del cortile o sotto la Loggia della Signoria. Leonardo disse “che stia nella loggia” perché la statua secondo lui avrebbe patito le intemperie; in realtà al genio del Rinascimento un po’ dispiaceva quella posizione così sfacciatamente preminente sull’Arengario, considerando anche che i due artisti si stavano “fronteggiando” nella decorazione del Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, e l’antagonismo tra il cinquantenne Leonardo ed il trentenne Michelangelo non passò inosservato.

Alla morte di Michelangelo Cosimo I Medici volle allestire a Firenze una sontuosa celebrazione; l’Accademia del Disegno nominò una commissione composta da Bartolomeo AmmannatiAgnolo BronzinoGiorgio Vasari e Benvenuto Cellini. Il progetto elaborato dal luogotenente Borghini e da Vasari prevedeva la realizzazione di un maestoso catafalco nella Chiesa di San Lorenzo, a forma piramidale ornata da cinque statue rappresentanti le arti nelle quali Michelangelo eccelleva e cioè la pittura, la scultura, la poesia, l’architettura e, conseguentemente, alla sommità sarebbe stata ubicata la fama. Al posto d’onore, cioè verso l’ingresso della chiesa fu deciso di porre pittura e scultura; essendo stata destinata quest’ultima alla sinistra Benvenuto Cellini dette in escandescenze perché ritenne che in questo modo la sua arte fosse messa in secondo piano. Si dimise dal comitato e denunciò l’affronto pubblicando un libello dal titolo Sopra la differenza nata tra gli scultori e pittori circa il luogo destro stato dato alla Pittura nelle essequie del gran Michelagnolo Buonarroti. Nel testo Cellini argomenta che Borghini e Vasari “cicaleggiano” cioè parlano a vanvera di cose che non conoscono, e rincara la dose dicendo che gli da noia il Priore degli Innocenti (Borghini) “e l’empio botol suo crudel Giorgetto; par che sol questi Iddio abbia eletto per far nel mondo d’ogni sorte errore”. Il frate andò dritto per la sua strada fino al funerale di Michelangelo, ma considerando Cellini un “pazzo spacciato” si sfoga nelle lettere che invia a Vasari chiamandolo “cagnaccio da beccaio”, “bestiaccia”, “porco” e “bestia asinina”. Al Vasari, ridotto a “botolo” e “Giorgetto”, il religioso suggerisce di depennare il Cellini dalla nuova versione delle Vite de più eccellenti pittori, scultori e architetti, che vedrà la luce nel 1568; Giorgetto nella veste di storico dell’arte non poteva di certo ignorare uno degli scultori più significativi del suo tempo, ma si vendicò relegandolo tra gli artisti minori e descrivendo il suo pessimo carattere “Il quale è stato in tutte le cose animoso, fiero, vivace, prontissimo e terribilissimo, e persona che ha saputo purtroppo dire il fatto suo con i principi, non meno che le mani e l’ingegno.” Non solo: decorando la Sala di Cosimo I in Palazzo Vecchio con un tondo che raffigura artisti ed architetti di corte, in omaggio alla politica culturale del primo Granduca di Toscana, Vasari ritrasse Cellini “sullo sfondo, in ultima fila, mentre ci guarda obliquante con aria irosa e sospettosa”, come descrive il professor Antonio Paolucci.

Michelangelo Buonarroti, David 1504. Firenze, Galleria dell’Accademia
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