Gli stranieri sono meno di noi, ma commettono più reati.

Anche in Europa il tasso di criminalità degli immigrati è molto superiore a quello dei nativi. In Italia è peggio.

[RASSEGNA LIBERALE]

Di Riccardo Pelliccetti, da Il Giornale.

Tenetevi forte. «Il tasso di criminalità degli immigrati stranieri in quasi tutti i Paesi dell’Europa occidentale è più alto di quello della popolazione nativa».

In poche parole, i migranti delinquono di più. Molti italiani avevano già questo percezione, ma non era mai stata messa nero su bianco e suffragata dai dati. Infatti, è stato da poco pubblicato uno studio dalla Fondazione Hume, quella che ha tra i fondatori il sociologo e docente Luca Ricolfi, che illustra proprio questa realtà. Premettiamo che non si tratta di un centro studi di area leghista, ma totalmente indipendente e di area liberal. L’analisi approfondita, titolata Crimine e Immigrazione in Italia, è stata realizzata dal sociologo della Sapienza Luigi Maria Solivetti, il quale ha raccolto una montagna di dati e confrontato diversi studi già effettuati nel mondo occidentale. Per motivi di spazio, ne illustreremo solo i punti salienti focalizzando l’attenzione sul nostro Paese. L’Italia, secondo lo studio, rappresenta un caso critico in Europa. Fino al 1993 la popolazione immigrata era lo 0,4%, ma dagli anni Novanta ha avuto una tumultuosa crescita dei flussi tanto da arrivare, nel 2017, a una popolazione immigrata straniera pari al 10,2% del totale (circa 6,05 milioni). «Questo rapido e incontrollato incremento di flusso immigratorio scrive il professor Solivetti – avveniva nonostante l’alto tasso di disoccupazione (circa 10% della forza lavoro 1995-2015), l’elevato livello d’ineguaglianza economica, la rigidità del mercato del lavoro e il basso livello della libertà economica: tutti aspetti sfavorevoli all’integrazione e al benessere economico degli immigrati». In pratica, sostiene il sociologo, le principali teorie criminologiche suggeriscono alti tassi di delinquenza nella popolazione straniera immigrata. Sì, avete capito bene. In una società dove ci sono difficoltà a integrarsi, gli immigrati spesso tendono a compiere crimini anche perché hanno meno possibilità di «raggiungere il successo o il benessere» lecitamente. Ma andiamo a guardare i dati, che sono a dir poco sorprendenti e che provengono dall’Istat, istituto che a sua volta li ha raccolti da due fonti: gli archivi delle Procure (con numeri relativi a procedimenti contro individui e alle condanne definitive) e i dati raccolti dal Ministero dell’Interno che provengono dalle forze dell’ordine (cioè tutti i delitti denunciati). Ebbene, in tutti le tipologie di delitti commessi in Italia la percentuale di immigrati imputati è sempre più alta, in proporzione alla popolazione, rispetto ai nativi (che i termini assoluti compiono più reati ma sono anche dieci volte più numerosi). Vediamo l’omicidio volontario: dal 2006 al 2015 gli immigrati imputati sono cresciuti del 22% mentre i nativi sono diminuiti del 17%. E le lesioni volontarie: negli ultimi 30 anni sono saliti da 400 a circa 11mila gli immigrati imputati. Poi la violenza sessuale: è cresciuta dai 2 ai quasi 10 casi ogni 100mila abitanti in 30 anni e il «contributo» degli immigrati stranieri è notevole. Nel triennio 1995-97, la prima impennata, con 1713 nativi imputati che arrivano a 1949 bel 2013-15, ma il boom è degli imputati immigrati che sono passati da 317 a 1050. Le tendenze sono rispecchiate per tutti i reati illustrati nello studio: sfruttamento della prostituzione, rapina, estorsione, traffico di droga, violenza a pubblico ufficiale eccetera. Insomma, un quadro tutt’altro che lusinghiero. E non c’è spazio per discriminazioni né da parte dei giudici né delle forze dell’ordine, come sostiene lo studio di Solivetti, perché le statistiche non possono essere messe in discussione e, inoltre, perché una vittima che denuncia un delitto lo fa e basta, non ponendosi il problema della provenienza del criminale. In conclusione, afferma lo studio, questa situazione è stata determinata dai flussi migratori tumultuosi e incontrollati in un contesto sociale, come si diceva prima, caratterizzato da diseguaglianza economica, disoccupazione, rigidità di mercato e limitata libertà economica. Tutti fattori che creano problemi di assimilazione e chi non si integra socialmente ed economicamente ha più probabilità di ricorrere al crimine.

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