Flatlandia

Un tranquillo e pacifico Quadrato vive la sua vita in serenità. Passa le giornate svolgendo la sua attività di avvocato, educando il suo esagonale nipotino e rispettando tutte le regole della società del suo mondo a due dimensioni. Mai e poi mai si sognerebbe di mettere in discussione l’ordinamento sociale, rigidamente diviso in caste, basate sulla quantità di lati e sulla loro regolarità. Mai e poi mai si sognerebbe di pensare che un

La casa del Quadrato.
La casa del Quadrato.

irregolare possa non essere un individuo mostruoso e depravato. Mai e poi mai metterebbe in dubbio l’autorità dei saggi Circoli (che in realtà non sono cerchi, ma solo poligoni con talmente tanti lati da sembrare cerchi). Un giorno, però, un evento inaspettato sconvolge la sua vita. Un Cerchio compare nella sua casa. In principio il visitatore sembra un semplice sacerdote, ma quel che dice lascia il Quadrato basito. Il Cerchio sostiene infatti di essere una creatura a tre dimensioni, formata da infiniti cerchi via via più grandi. In parole povere, una Sfera. Il Quadrato non riesce a comprendere. Prima prova a capire, poi rifiuta le tesi, per lui assurde, della Sfera e infine aggredisce il nuovo venuto gridando all’eresia. Come può infatti esistere una terza dimensione? La Sfera, pazientemente, cerca di fargli comprendere il suo punto di vista attraverso esempi e analogie, ma non ci riesce. Solo strappando il quadrato al suo mondo e portandolo in quello a tre dimensioni potrà fargli capire cosa intende. Tornato sul suo piano, il nostro Quadrato si farà profeta della nuova visione pluridimensionale, ma sarà imprigionato e nessuno crederà alla sua parola.

Flatlandia, di Edwin A. Abbot, è un romanzo spassoso e al contempo molto serio. L’autore, studioso esimio di discipline diverse, come la teologia e

La copertina del libro.
La copertina del libro.

la chimica, ci illustra un mondo fatto di figure geometriche che hanno vizi e virtù simili a quelle umane. La società di Flatlandia (letteralmente “terra piatta”) ha un ordinamento basato su regole spacciate per naturali, ma in realtà strutturate per mantenere il potere della classe dei Circoli, veri dominatori del mondo a due dimensioni. Particolarmente interessante la disquisizione sulle donne. Esse sono la classe più bassa. Le donne infatti sono dei semplici segmenti. Non avendo angoli non possono essere che stupide e irragionevoli. L’intelligenza infatti si basa, secondo la filosofia flatlandese, sull’”angolarità” ovvero sull’ampiezza degli angoli delle figure. Altro canone importantissimo è la regolarità, ovvero l’uguaglianza fra i lati e la quantità degli stessi. Per questo la classe più bassa è quella degli isosceli, triangoli con solo due lati uguali. Quindi vengono gli equilateri, i quadrati, i pentagoni e via dicendo. I poligoni con molti lati costituiscono l’aristocrazia mentre i circoli sono la casta sacerdotale e coloro che tutto dirigono.

Leggendo Flatlandia si sorride dell’organizzazione della società delle figure, ma riflettendoci possiamo leggere la follia delle nostre società, dove si giudicano le persone in base a parametri fasulli, irreali e funzionali solo al mantenimento del potere. In certo qual modo, il romanzo di Abbot si inserisce nel filone tipicamente inglese delle “utopie” intese non come “luoghi ideali”, ma nel senso originario di “non luoghi”, di località inventate che servono da modello per le critiche alla società reale attraverso il sistema dell’allegoria. Ricordiamo “I viaggi di Gulliver” di Swift o “Alice nel paese delle meraviglie” di Carroll. Flatlandia si pone a metà strada fra i due. Ha la critica sociale di Swift, senza arrivare al suo acido e forte sarcasmo, e possiede l’assurdo di Carroll senza però giungere al paradosso. Abbot ha uno stile leggero, piacevole e distaccato. Descrive la società flatlandese senza però prendere posizione. La sua è una descrizione semplice, obiettiva e fatta da uno che vive in quella società essendone parte. Al lettore trarre delle conclusioni…

Flatlandia è un libro che mi ha inseguito per anni. Ebbi il primo contatto col mondo piatto da bambino. Ai tempi la TV dava un cartone animato (La famiglia Mezil) dove un ragazzino, di notte, vagava per lo spazio a bordo di un’astronave gonfiabile. In una puntata, il ragazzo capita sopra un mondo a due dimensioni e ripercorre, in forma più adatta ai bambini, la storia del romanzo. Quel cartone animato mi colpì molto.

Sentii parlare del romanzo quando ero al liceo. Me lo consigliò un amico di qualche anno più grande. Nel corso degli anni, poi, mi è stato citato e consigliato più e più volte, ma mai mi sono deciso a comprarlo. Infine, durante un giretto in libreria, me lo sono trovato davanti. L’ho comprato e l’ho letto in poche ore (non è molto lungo). Ne vale sicuramente la pena.

L’edizione Adelphi che ho acquistato è corredata di un piccolo trattato di Giorgio Manganelli dal titolo “Un luogo è un linguaggio” dove si parla della connessione tra la percezione della realtà e il linguaggio con cui la descriviamo. La disanima è senza dubbio interessante, ma forse sarebbe stato preferibile aggiungere al volume una piccola trattazione di geometria per spiegare alla gente la questione della geometria pluridimensionale, argomento interessante che rimane rinchiuso nei circoli dei matematici.

A presto!

Enrico Proserpio

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