Due considerazioni sul taglio alle tasse

Renzi torna a promettere la diminuzione delle tasse, un tema che tocca la sensibilità di molti, se non di tutti, in uno stato con la tassazione alta come l’Italia. Temo però che la promessa (come accaduto in passato) rimarrà lettera morta.

Partiamo da una considerazione: le tasse servono. Anche se a nessuno piace pagarle, le tasse hanno uno scopo ben preciso: mantenere le istituzioni e garantire i servizi al cittadino. Dalla riparazione del marciapiedi su cui camminiamo allo stipendio del carabiniere che ci protegge dalla delinquenza, tutto è pagato grazie alle tasse. Una considerazione, questa, che ha alcune implicazioni non scontate.

La prima consiste nel fatto che una qualsivoglia tassa è lecita e giusta tanto quanto lecito e giusto è il servizio che finanzia. E se una tassa finanzia qualcosa di ingiusto e magari oppressivo allora non è lecita e ribellarsi a essa è un diritto, se non un dovere morale. È ciò che fece nel 1846 Henry David Thoreau, filosofo americano, che si rifiutò di pagare la “poll-tax” imposta dal governo USA per finanziare la guerra schiavista al Messico. Thoreau, antischiavista convinto, si rifiutò di finanziare la schiavitù, da lui, giustamente, ritenuta un abominio e un crimine. Per il suo rifiuto fu messo in carcere dove passò una sola notte, perché qualcuno pagò la tassa al suo posto e contro il suo desiderio. Per il filosofo americano ogni uomo doveva impegnarsi a riparare i torti o, almeno, a non sostenerli. E se a commettere torti è la legge (anche tramite l’imposizione di tasse inique) allora a quella legge è lecito e doveroso disobbedire. Nasceva così un concetto importante per le battaglie politiche della nostra epoca: la disobbedienza civile.

A tal proposito bisogna chiarire una cosa: c’è una bella differenza tra la disobbedienza civile e la banale e squallida evasione fiscale. La prima, infatti, è una pratica non-violenta con delle caratteristiche precise. Prima di tutto la disobbedienza deve essere giustificata da un principio, un ideale etico e non dal semplice “voglio tenermi i soldi”. Inoltre la disobbedienza è un gesto pubblico, palese. Chi disobbedisce alla legge per questo motivo, dichiara il proprio rifiuto e ne paga le conseguenze. Negli anni in cui ci si batteva per il diritto all’obiezione di coscienza dall’uso delle armi, i disobbedienti si rifiutavano di presentarsi alla leva obbligatoria. Diversamente da un semplice disertore, però, essi si presentavano dai carabinieri e si autodenunciavano, finendo in galera. Solo così, del resto, il gesto di disobbedienza può avere un qualche senso, diffondendo un messaggio.

La semplice evasione fiscale, invece, non è giustificata da un ideale e avviene in segreto. L’evasore fiscale spera di non essere mai beccato e di farla franca. Non ha certo dei valori etici forti da difendere e gli manca il coraggio di affrontare la legge. Una distinzione importante oggi, visto che molti (più o meno in malafede) difendono gli evasori fiscali citando la disobbedienza civile.

Dunque, tornando a noi, il primo discorso serio da affrontare è quello dei servizi e della struttura dello stato. Prendiamo un caso come esempio: quello della sanità. Per avere una sanità pubblica è necessario, ovviamente, pagare delle tasse. Si rende quindi necessario capire se vogliamo una sanità pubblica o no. Il che pone anche un quesito ben più fondamentale della diatriba pubblico-privato: ci si deve chiedere se la salute deve o meno essere un diritto. Negli USA, per esempio, dove questo principio etico non è ritenuto valido e non fa parte dell’ordinamento, le tasse sono molto più basse, essendo la sanità quasi completamente privata. Ne segue, però, che chi non ha i soldi per curarsi viene lasciato a se stesso. Non si possono quindi diminuire in modo sostanziale le tasse necessarie alla sanità senza intaccare le basi etiche e filosofiche del nostro ordinamento sociale e politico. Giusto o sbagliato che sia il farlo (stabilirlo non è lo scopo di questo articolo) è un tema che deve essere affrontato in modo serio e pubblico, coinvolgendo le parti sociali e il popolo italiano. Decisioni così importanti non possono essere prese con leggerezza.

Quel che invece si può (e si deve) far subito è tagliare sprechi e ruberie. Costi gonfiati, sprechi vari, scelte costose dettate più dagli interessi particolari di politici e amici loro che dalla necessità sono all’ordine del giorno. Ridurre queste cose, rendendo efficienti i servizi, porterebbe a una riduzione delle tasse. Senza considerare che l’inefficienza dei servizi rende inutili le tasse pagate. Mi è capitato di aver bisogno di andare dall’otorino con una certa urgenza. Ci sono andato privatamente, pagando, perché il servizio pubblico non mi avrebbe fissato un appuntamento in tempo utile. In quella occasione ho, quindi, pagato due volte lo stesso servizio: con la parcella al medico e con le tasse. Se fosse stata una mia scelta, non mi lamenterei. Ma poiché sono stato obbligato dall’inefficienza del servizio pubblico a scegliere di usare quello privato, il fatto di dover pagare le tasse mi fa arrabbiare. Questa è la grande differenza tra l’Italia e altri paesi con una tassazione elevata, come alcuni paesi del Nord Europa: da loro i cittadini hanno ottimi servizi in cambio delle loro tasse, mentre da noi no.

Prima, dunque, di tagliare le spese vive dei servizi, creando problemi ai cittadini, bisognerebbe tagliare gli enormi sprechi e le corruttele. Dopo di che si potrebbe entrare nel merito della necessità dei vari servizi, delle eventuali privatizzazioni, dei principi del nostro stato.

Gli sprechi, tra l’altro, sono spesso utilizzati dagli evasori come scusa per non pagare le tasse. È difficile, per lo stato, condannare chi non fa scontrini e fatture se i soldi delle tasse vengono poi buttati via. La lotta all’evasione (ridicola nel nostro paese) deve essere accompagnata quindi necessariamente dalla lotta agli sprechi.

Come il solito, però, dobbiamo chiederci se la nostra politica (Renzi o chiunque altro governerà) sarà in grado di portare avanti un discorso serio e strutturato o si limiterà, come al solito, a lanciare slogan e proporre riforme che non riformano nulla, lasciando che il paese scivoli sempre più in questa china di decadenza che ormai ha imboccato.

Enrico Proserpio

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