DI POLITICA E ALTRE STRATEGIE: PARLA CARLO VIVARELLI

di Stefano Bini

Carlo Vivarelli, 41 anni, è uno dei migliori consulenti politici, esperti di comunicazione istituzionale e di crisi, che abbiamo in Italia; è fondatore della Vivarelli Consulting, società di consulenza avanzata per imprese, organizzazioni e personaggi pubblici (www.vivarelliconsulting.com).

A soli 19 anni, la prima esperienza formativa durante l’emergenza terremoto in Umbria, nel 1997, dove riveste il ruolo di portavoce del Disaster Manager del campo sfollati di Nocera Umbra. Da quel momento, coltiva la passione per la comunicazione, curando campagne elettorali e facendo il ghostwriter per alcune figure politiche, dividendo il suo tempo tra il lavoro in fabbrica e gli studi universitari. Dopo aver conseguito la laurea magistrale in scienze politiche, indirizzo economico, e concluso il corso post laurea all’Università Cesare Alfieri di Firenze, lavora per alcune agenzie di comunicazione fino ad approdare nel board di un’importante agenzia italo-statunitense.

Oggi, attraverso la sua società, offre consulenze ad imprenditori, amministratori delegati, personaggi pubblici (politici e non), contando sul supporto di un network composto da oltre 10 professionisti.

Dalla caduta di Silvio Berlusconi nel 2011, si ha la sensazione di essere perennemente in campagna elettorale. Questo è un bene o un male per il nostro paese?

«La sensazione è giusta ed i fatti lo comprovano. In realtà, il concetto di “campagna elettorale permanente” venne teorizzato nel  periodo a cavallo tra gli anni ‘70 e ‘80l, grazie alla penna di Patrick Caddell, consulente e sondaggista del presidente Jimmy Carter.
Secondo Caddell “nel pianificare una strategia per l’amministrazione è importante riconoscere che non si può separare politica e governo  [..] governare con il consenso pubblico richiede una campagna elettorale continua”. La campagna elettorale permanente prende vita quando si raggiunge un alto livello di attenzione e coinvolgimento attivo da parte dell’opinione pubblica, sulle vicende politiche del momento. In un’epoca post-ideologica come la nostra, permeata dal relativismo, ove il concetto di giusto o sbagliato è divenuto fluttuante e il senso di appartenenza politica oltremodo precario, per le forze politiche in campo raggiungere il consenso richiede un’attività tanto faticosa quanto è effimero il risultato che riescono a raggiungere. Per questo, bombardare di messaggi gli elettori h24, a mezzo stampa, social e quant’altro, non è solo strategia, ma vera e propria necessità di sopravvivenza. Sicuramente non è un bene per il paese che avrebbe bisogno di un programma di rilancio ambizioso e coraggioso, capace di superare le immancabili obiezioni di una o più parti dell’elettorato e di pervenire a importanti risultati tangibili, capaci di generare un vero cambiamento. Inseguire il consenso a tutti i costi si pone in netta antitesi con questo necessità»

Sembra che Matteo Renzi e Matteo Salvini abbiano subito la stessa sorte politica. Mi sa spiegare questa dinamica?

«Sono due persone dotate di un’intelligenza politica innegabile, ma che sono state ingannate dal miraggio della facile affermazione della loro leadership. Il primo ha scommesso un errore di ordine strategico, il secondo di ordine tattico. Il primo ha tracciato un percorso teso a rinnovare e compattare la compagine del PD, riuscendo vincitore nella difficile manovra di designazione del Presidente della Repubblica e nell’operazione di rinnovamento interno. Perduto il capitale di consenso, dopo essere inciampato in una riforma costituzionale che, se approvata, gli avrebbe forse consentito di blindare il suo percorso politico, ha però saputo dare forma ad una rappresentanza parlamentare legata a doppio filo alla sua figura e che oggi è chiamata a prendere decisioni importanti su scala nazionale. Il secondo, forte dei sondaggi e confidando nella possibilità di veder sciolte le camere di fronte all’evidenza di una forte crisi di governo, con la presentazione della mozione di sfiducia al Primo Ministro, ha invece messo in moto la macchina delle consultazioni, dando vita ad una maggioranza alternativa. É però riuscito a produrre una forte divisione all’interno dell’elettorato del M5S creando, alla sua base, una spaccatura evidente, e provocando un serio problema di credibilità per un partito che, del rifiuto del tatticismo politico e dei giochi di palazzo, ha sempre fatto vanto”.

Crede che i due Mattei possano risorgere? Pare che Renzi ce la stiamo mettendo tutta.
 
«Nel febbraio di quest’anno, dopo l’arresto del padre di Renzi, scrissi in un post su Facebook che da quel momento in poi sarebbe iniziata l’ “epoca dei due Mattei”. I fatti stanno andando proprio in questa direzione. In quell’occasione, Salvini tese infatti la mano a Renzi, prendendo le distanze dalla canea mediatica attraverso cui i principali maggiorenti del M5S si stavano scagliando contro l’ex segretario PD. Il gesto di Salvini, per alcuni di semplice circostanza, seppe dimostrare una grande forza simbolica: affermare a mezzo stampa “Non c’è nulla da festeggiare” è equivalso a prendere le distanze dall’alleato e nel riconoscere pubblicamente, in Renzi, la dignità di vero e unico avversario. Salvini e Renzi sono di fatto la fenomenologia dei due sentimenti contrastanti attualmente in seno all’elettorato nostrano. Il primo, incarnazione del sentimento nazional-sovranista, conservatore, euroscettico, il secondo incarnazione del pensiero riformista, liberal-progressista, europeista»

Sono entrambi anagraficamente giovani, pieni di energia, e hanno dimostrato, in due diversi momenti, capacità nel ridisegnare la fisionomia dei rispettivi partiti di appartenenza, restituendoli vigore e relegando ai margini i vecchi calibri della Seconda Repubblica».

Il Movimento Cinque Stelle ha scardinato non poche dinamiche politiche. Con il loro modo di approcciarsi, quanto dureranno?

«Se avessero avuto al loro interno figure politiche all’altezza della potentissima portata innovatrice della loro idea, che è ragion stessa del Movimento, oggi sicuramente staremmo a parlare di altro e non del fatto che questa scelta poco trasparente, questo abbraccio mortale con l’avversario di sempre, rischi di segnare la loro esperienza politica per sempre».

Secondo Lei, qual è il vero motivo dell’alleanza tra Pd e M5S?
«Al di là delle logiche di interesse a cui, in casi come questi, maliziosamente si va subito a pensare, ci sono delle questioni di fondo che possono mettere in relazione e correlazione queste due entità che, la contrapposizione dialettica degli ultimi anni, ci ha sempre mostrato come antitetiche e incompatibili. In realtà, l’anima profondamente riformista che alberga in entrambe, moderata o massimalista che sia poco importa, potrebbe dare vita ad una piattaforma programmatica interessante e ricca di sorprese. Credo che da parte dei Cinque Stelle ci sia la volontà, grazie all’appoggio del PD, di uscire dalla zona d’ombra in cui il Movimento è stato relegato dal monopolio mediatico di Salvini di questi ultimi mesi, e di rendere dunque più percepibile la loro azione di governo. Per il PD può essere il momento della rivincita, di scrollarsi di dosso le vecchie accuse di allontanamento dalle istanze del popolo e di appiattimento su posizioni liberiste tipiche della destra, su cui magari iniziare un processo di ricostruzione di una identità perduta. Può far comodo ad entrambi. 

Con malizia, il Governo durerà fino all’elezione del Presidente della Repubblica o cadrà prima?

«Cadrà prima, ma in molti ci avranno comunque guadagnato»

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