DI MAIO ALLA CONQUISTA DI MEDIASET.

Editoriale La Critica.

Il Consiglio dei ministri si riunirà stasera alle 20.30 per il via libera alla nomina dei 43 tra sottosegretari e viceministri che completeranno la squadra del governo gialloverde. Le poltrone dovrebbero essere così ripartite: 15 sottosegretari e 3 viceministri alla Lega; 20 sottosegretari e 5 viceministri al M5s.

 

Partiamo da un punto fondamentale: Mediaset è una tv commerciale, non una tv a stampo politico. Qualcuno avrà sicuramente da ridire, ma è così. Non lo dico io, lo afferma la legge del mercato. Mediaset è un’azienda privata, non pubblica come la RAI, e vive in gran parte di pubblicità, derivante dal mercato privato, non da un canone pagato dai contribuenti. Il denaro non ha colore politico, l’importante (giustamente e legittimamente) per un’azienda è quello di guadagnare. C’è chi pensa che questo sia egoismo e avidità, ma più un’azienda guadagna, più investe, più assume, più “spende”, facendo crescere l’economia del territorio e creando un giro d’affari dove tutti portano a casa qualcosa. Questo è il vero “bene comune”, non di certo i finti sprechi sociali delle Pubbliche Amministrazioni.

Dunque, tornando a Mediaset e per ogni tv privata (come La 7 o Sky), il fine principale è il lucro, derivante dalla pubblicità e dall’audience. Alla fine tuttavia non è proprio così, perché le televisioni private svolgono anche un servizio pubblico. Mediaset e La 7 hanno un’importante redazione (Tg5, Tgcom24, Tg7) e diversi talk show (Quinta Colonna, Di Martedì, Piazza Pulita..). Senza dimenticare programmi di attualità e cronaca. Alla fine sembrerebbe che il servizio pubblico lo svolga maggiormente il privato rispetto il pubblico, ovvero la RAI. Non è un mistero che Viale Mazzini sia stato e tutt’ora è un megafono di chi ci governa. Matteo Renzi più volte aveva annunciato “Fuori i partiti dalla RAI” e così ha fatto: ha tolto tutti i partiti dalla RAI, tranne il suo.

Insomma, il punto fondamentale per capire il dilemma delle televisioni è che le aziende private hanno tutta la legittimità di fare programmi (come il discusso Grande Fratello) che hanno sicuramente una bassezza culturale, ma paga in audience. Spesso quando uno torna a casa dal lavoro non vuole di certo ascoltare le solite promesse di alcuni esponenti politici, ma desidera un po di leggerezza guardando programmi che semplicemente divertono e rilassano. Non c’è niente di male. Chi dovrebbe fare servizio pubblico è proprio la tv di Stato e non si comprende per quale motivo ci sia ampia pubblicità (nonostante il canone) in RAI e pochi programmi culturali o di approfondimento politico. Di sicuro Ballando con le stelle e i suoi ospiti non sono diversi dall’Isola dei Famosi (prodotta inizialmente dalla RAI). 

Detto tutto ciò, torniamo a Di Maio che ieri sera ha ottenuto la delega delle telecomunicazioni. Credo che il fine del leader pentastellato sia quello di mettere le mani sulle aziende di Berlusconi. Non lo dico io, lo dice lui “Dovremmo lavorare sulla Rai, ma anche sulle tv private. Fa specie vedere che Berlusconi utilizzi tv e giornale per mandare velate minacce a Salvini, qualora decidesse di sganciarsi. È arrivato il momento di metter mano a questo conflitto d’interessi e di dire che un politico non può essere proprietario di mezzi di informazione”.

Simone Tavola,
Redazione Milano

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