Cosa avete da cantare?

di Roberto Donghi 

“Chi canta ai balconi è antipatico come chi applaude ai funerali”. Lo ha detto Feltri ed alla fine è ciò che molti di noi pensano ma che non possono dire per non essere tacciati di cinismo, antipatia o cattiveria.
Nel paese degli applausi al pilota, pare che lo spettacolino da macchiette teatrali sia una costante intramontabile, capace, secondo alcuni, di unire un popolo che è diviso.

Sarà vero? È difficile dirlo, ma sicuramente gli effetti unificanti del cantare l’inno al balcone non saranno molto lunghi: dopotutto si canta per darsi un coraggio momentaneo, non certo perché si è orgogliosi della propria nazione, della propria storia o cultura. Quando l’emergenza sarà finita, torneremo ad essere il paese individualista, menefreghista ed anarchico che siamo.

Eppure questa cosa dei canti balconari, che almeno il primo giorno poteva apparire utile, ha assunto via via una dimensione sempre meno sociale e sempre più trash: innumerevoli le persone che sfoderano impianti musicali sile concerto in un centro commerciale, cantando a squarciagola (se va bene) o urlando come dei forsennati (quando va male).
E mentre una parte d’Italia canta, un’altra piange. Chi ha perso un parente non ha voglia di vedere certe baracconate e di vittime ce ne sono oramai a migliaia ed aumentano di giorno in giorno.

Di fronte all’immagine dei camion militari che trasportano i corpi di uomini e donne come noi, il rispetto, l’unirsi nel dolore come popolo, lascia spazio allo spettacolo, come se l’unico modo che avesse l’italiano per sopravvivere alla tragedia fosse quello di ridursi ad uno stato di imbecillità pietoso.

In una nazione che affronta una mostruosa incapacità di gestire i decessi, c’è proprio bisogno di cantare e ballare? 

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