Comportamenti sessuali precoci in adolescenza e tentativi di suicidio

“L’adolescenza è un periodo delicato e vulnerabile ma non a causa del fatto che ci sia qualcosa di squilibrato nella mente dei ragazzi” (Ted Satterthwaite). Durante questo insidioso e difficile periodo di vita, ci si può trovare, più spesso di quanto si possa credere, di fronte al complesso fenomeno del suicidio. I dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità indicano che il rischio di suicidio, durante l’adolescenza è alto, di fatto è la seconda causa di morte nei giovani tra i 10 e i 24 anni, ed è particolarmente diffuso nei Paesi a basso e medio reddito (World Health Organization, 2018). Interrogarsi sul fenomeno del suicidio tra bambini e adolescenti costituisce, pertanto, una priorità assoluta perché è necessaria una linea di intervento consolidata per così arginare la possibilità che questo possa verificarsi.

Cosa spinge l’adolescente al suicidio? Cosa spinge un giovane, in fase di crescita e di maturazione, a porre fine alla propria vita con una decisione così drastica e dura? I fattori di rischio alla base del comportamento suicidario possono essere sia ambientali che genetici. Modelli familiari disfunzionali, eventi traumatici e negativi durante l’infanzia possono essere, infatti, alla base di rischio suicidario, così come uno stile cognitivo instabile, impulsivo, irritabile, aggressivo, antisociale e con schemi di pensiero e di coping rigidi possono essere associati a tentato suicidio o suicidio (spesso in comorbilità con un disturbo mentale). Anche i comportamenti sessuali precoci possono influenzare, in fase evolutiva, il rischio di comportamento suicidario, per l’angoscia derivante dall’essere psicologicamente immaturi per gestire le relazioni sessuali (Santhya e Jejeebhoy, 2015). Le ricerche in merito sono ancora emergenti e trasversali, quindi ancora da approfondire, ma chiariscono i principali meccanismi alla base della suddetta associazione. In effetti, i ragazzi si ritrovano, il più delle volte, a vivere relazioni interpersonali e sessuali solo ai fini dell’atto e, talvolta, anche con partner multipli. ​

Una sessualità cosiddetta “impersonale” potrebbe sottolineare la presenza di una disregolazione emotiva e comportamentale, ove manca l’apprendimento di skills per poter comportarsi con consapevolezza. Una mancanza di consapevolezza fa sì che gli adolescenti vivano “al buio” in preda a stati emotivi tempestosi e burrascosi, generando sofferenza interiore e comportamenti disfunzionali: una strada impervia che può, in alcuni casi, condurre a drammatiche situazioni in cui il suicidio potrebbe rivelarsi, agli occhi dei più giovani, l’unica alternativa possibile. Vivono, inoltre, tendenzialmente, la propria sessualità senza aver ricevuto un’adeguata informazione, si sentono, pertanto, non guidati in un “continente” che non conoscono, e ciò che non si conosce può creare disagio e angoscia. La sessualità è un’area funzionale fondamentale nella vita di ciascuno e, in età adolescenziale meriterebbe di essere approfondita piuttosto che sapientemente celata, è un’area che andrebbe esplorata invece che demonizzata. La sessualità non spiegata e non illustrata si trasforma così in qualcosa di illecito e, pertanto, inizia sia ad incuriosire che ad impaurire. La sessualità nasconde bisogni emotivi che non andrebbero di fatto trascurati ma questo, purtroppo, nella realtà quotidiana succede troppo spesso, o quasi sempre.

Così, tra mille altre e vacue pressioni messe in atto nei confronti degli adolescenti, si lasciano da soli ancora una volta, e ancora una volta nelle aree che meriterebbero invece grande ascolto e grande partecipazione di tutte le parti educative del sistema, in primis famiglia e scuola. Accompagnare naturalmente gli adolescenti nella maturazione sessuale, anzitutto informando, eviterebbe che in quest’ambito possano annidarsi le radici anche per future violenze nelle coppie, ove sarebbero regnanti l’ignoranza, la cattiva informazione, la mancanza di espressione ed esplorazione e la mancata capacità di discernimento tra ciò che è pericoloso e ciò che non lo è affatto. Dai meccanismi angoscianti, derivanti da una sessualità precoce, promiscua, impersonale, e, talvolta, purtroppo anche violenta, possono insorgere le vulnerabilità che poi, probabilmente, accrescono i comportamenti suicidari. Un tentato suicidio, o campanelli d’allarme che richiamano temi simili, dovrebbero chiamare in causa gli adulti di riferimento, tenendo conto di tutto ciò di cui ha bisogno il giovane, ma non soltanto da un punto di vista materiale e tangibile, tutt’altro. ​

É vitale accogliere le richieste degli adolescenti, spesso “invisibili” perché nascoste dietro a pretesti e a capricci. Sono, di fatto, richieste di aiuto forti ove sembra che non ci sia più speranza di azione e possibilità esistenziali da dispiegarsi. L’adulto non può fingere di non vedere, non può sempre e solo credere di potersi lamentare dei comportamenti rischiosi dei ragazzi senza sentirsi chiamato in causa in prima persona; questo porterebbe a mettersi i cosiddetti “prosciutti sugli occhi” senza guardare in faccia la realtà, quella cruda e, talvolta, bruta, che spaventa. L’adulto ha il dovere, dunque, di fornire ai propri adolescenti gli strumenti adeguati per essere efficaci nella quotidianità e nella vita, così si potrebbe riuscire a dare loro la possibilità di sperimentarsi in autonomia e con consapevolezza, permettendo loro di accedere alle proprie risorse interiori, e riducendo, in questo modo, molto probabilmente, anche il rischio suicidario. Si preserverebbe pertanto il precipuo compito dei caregivers: la crescita sana dei propri giovani in tutte le aree di funzionamento.

Dott.ssa Rosetta Cappelluccio

Dott.ssa Rosetta Cappelluccio
Psicologa psicoterapeuta

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