Bambole sul muro contro il femminicidio

Da qualche anno è venuto alla ribalta il problema del femminicidio, portato all’attenzione della politica (che a tal proposito non sembra far molto) da una minoranza di persone che si batte per la parità tra i sessi. Ma purtroppo temo ci vorrà ancora un bel po’ perché si riesca a uscire dal concetto medievale e binario di uomo e donna come due entità diverse “per natura” anche nel pensiero e nel comportamento, oltre che nel corpo. E lo prova anche l’iniziativa contro il femminicidio organizzata in occasione della settimana della moda maschile a Milano.

IMG_20150623_193819Passando ieri per via Edmondo de Amicis, ho potuto vedere un’installazione artistica composta da una gran quantità di bambole attaccate, quasi impiccate, a una rete metallica adagiata su un muro. Con questo si vorrebbero rappresentare le donne vittima di violenza da parte di uomini che si sentono autorizzati a trattarle, appunto, come bambole. Una iniziativa apparentemente lodevole, ma che non sfugge ai soliti parametri. Le donne sono rappresentate con i soliti abiti, con la solita idea di “femminilità” che vuole la donna come una bambolina (appunto) sensibile, dolce, magari un po’ civetta e oca. Questo approccio non può che rendere del tutto inefficace la campagna, perché non tocca quella cultura binaria e maschilista che è all’origine della violenza sulle donne. Senza maschilismo, non ci sarebbero nemmeno i suoi eccessi e cioè gli uomini violenti che ritengono di avere una sorta di diritto di proprietà sulle loro figlie, fidanzate, mogli.

Come si diceva, l’iniziativa è stata organizzata da diverse associazioni, ma soprattutto da una cinquantina di “brand” del mondo della moda, mondo che ha proposto sulle passerelle milanesi di questi giorni abiti “per lui” ricalcati sulla moda femminile (gonne, vestiti lunghi, scarpe femminili…). Una provocazione inutile, che lascerà il tempo che ha trovato e che, sospettiamo, è stata fatta più per pubblicizzare le aziende che per dare un aiuto alla campagna contro la violenza sulle donne. Del resto non ci si può aspettare una seria campagna contro gli stereotipi maschilisti da chi, con quegli stereotipi, guadagna e fa affari. O vogliamo dimenticarci il modello di donna che la moda ci propone? Una donna perennemente a dieta, che deve sempre essere perfetta, con tutte le forme e le misure a posto e sempre vestita in modo da eccitare e soddisfare il “maschio cacciatore”.

L’iniziativa del “Wall of Dolls” si inserisce in quella politica di “pink washing” che molte aziende praticano, appoggiando in modo ufficiale eIMG_20150623_193844 propagandistico le istanze delle donne e delle persone glbt senza però cambiare realmente il loro modo di concepire la persona e di fare affari. Una strategia pubblicitaria che fa parlare di sé, che aiuta a vendere, che crea un’immagine delle aziende che la applicano moderna e “politicamente corretta”, ma che fa anche molti danni a quelle parti della popolazione che chiedono diritti e tutele e che vorrebbero davvero un mondo migliore. Il “pink washing”, infatti, fa sì che molti oppositori dei diritti possano dire che non c’è più discriminazione e che non c’è maschilismo o omofobia. E per sostenere le loro tesi citano proprio pubblicità e aziende che usano le istanze politiche per farsi belle.

Intendiamoci, nessuno dice che la comparsa nelle pubblicità di donne in carriera o di persone glbt sia una cosa negativa. Anzi. Ma perché divenga davvero positiva serve un cambiamento reale anche nella politica delle aziende. Se la moda è veramente dalla parte delle donne cominci a usare modelle meno anoressiche, più “reali”. Cominci a pensare i vestiti per le necessità della donna e non per il gusto dell’uomo. Allora crederemo nella buona fede di iniziative come quella milanese. Anche perché il tema del femminicidio è importantissimo, non essendo che la punta dell’iceberg di un problema ben più ampio che è quello della situazione femminile nella società italiana. Basti guardare la difficoltà per le donne di far carriera, la scarsità di donne in politica, il modo in cui sono presentate nei media…

Che l’Italia debba fare ancora un serio esame lo dimostrano anche le recenti dichiarazioni al family day di Kiko Arguello, fondatore dei neocatecumenali, secondo cui il femminicidio (e anche l’omicidio dei figli da parte degli uomini) sarebbe colpa delle donne che non amano abbastanza i loro uomini e li abbandonano. E l’uomo soffre talmente da diventare assassino e uccidere la moglie o, peggio, i figli per farle provare lo stesso dolore. Trovo inquietante l’idea di essere umano che questo signore esprime. Se fosse come dice lui dovrebbe esserci una strage ogni giorno. Ma ciò che più mi sembra scandaloso è che Arguello giustifichi la reazione violenta di un uomo davanti alla fine del rapporto con la donna, fine che egli addebita interamente alla donna, come se questa avesse il dovere assoluto di sopportare il marito, in qualunque situazione, senza mai lasciarlo o farlo sentire non amato. E se il marito fosse violento? Se la picchiasse? Se la tradisse? Arguello sembra ignorare completamente tali possibilità. Si potrà pensare che si tratti dell’opinione di una sola persona o comunque di una minoranza risicata, ma il fatto che simili dichiarazioni non abbiano sollevato la voce indignata della società italiana (se non qualche giornalista qua e là) la dice lunga su quanto sia diffusa la retorica del “se l’è cercata” davanti alle violenze contro le donne.

Per quanto superficiale sia, spero che l’iniziativa milanese del “Wall of Dolls” possa smuovere qualche coscienza e aiutare la società a progredire verso un maggior rispetto per le donne e per le persone in generale.

Enrico Proserpio

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