ANTONELLO TATEO, IL BUSINESS DELLA CHIRURGIA ESTETICA IN ITALIA E NEL MONDO. Differenze culturali, professionali e approcci ai pazienti, le fasi più delicate

di Gabriele Rizza

Antonello Tateo, Specialista in Chirurgia Plastica e direttore della TBClinic Milano, ha una profonda conoscenza del campo e dell’evoluzione culturale e tecnica della chirurgia estetica. Noi de La Critica lo abbiamo intervistato, facendoci raccontare gli straordinari sviluppi, i pregiudizi culturali sconfitti ma anche tutti i pericoli che si celano dietro questo mondo.

Negli ultimi anni, è cresciuto il ricorso alla chirurgia estetica. Quanto ha pesato lo sviluppo tecnologico e quanto l’aspetto culturale?

«Entrambi gli aspetti sono rappresentati. C’è stato lo sviluppo delle tecniche, soprattutto sotto l’impulso di tante aziende che sono entrate sul mercato spingendo prodotti e tecnologie nuove. Nel campo della chirurgia plastica, l’offerta si è orientata verso tecniche mini-invasive che hanno favorito la richiesta, sia perché queste tecniche mini-invasive della chirurgia hanno consentito tempi di recupero più brevi ed effetti più naturali e sia perché l’offerta delle nuove tecnologie ha reso gli interventi economicamente più fruibili. Anche culturalmente, nessuno si vergogna più a dire di aver fatto ricorso alla chirurgia estetica, ad esempio tanti influencer comunicano le loro esperienze sui social, con tutti i pregi e i difetti del caso».

In che modo la maggior fruibilità della chirurgia estetica ha condizionato o cambiato il rapporto tra medico e paziente?

«Ci sono diversi tipi di chirurgo, si stanno sviluppando sempre più dei mega studi e dei business intorno alla chirurgia estetica che fanno sì che progetti imprenditoriali immettano sul mercato la chirurgia con un forte messaggio di comunicazione, con tutti i risvolti dell’imprenditoria in questo campo. Purtroppo, tante catene lowcost e tanti chirurghi puntano al maggior numero di pazienti da trattare, facendo propaganda e offrendo il prodotto a basso costo, di contro, molti professionisti cercano di offrire un servizio più personalizzato, preciso e attento all’analisi morfologica e alle indicazioni giuste. In altre parole, si sta diffondendo purtroppo l’abitudine di telefonare al professionista, di mandargli una mail o di contattarlo tramite i social, per domandare il costo di un trattamento. In pratica, il paziente, sulla basa di quello che gli è stato consigliato dall’influencer di turno, decide di voler quel trattamento e molte società offrono a lui questi trattamenti indipendentemente dal fatto che questi servano o no nello specifico. Invece, una buona fetta di chirurghi differenti rifiutano questo modus operandi e preferiscono fare un’analisi sul paziente, indirizzarlo verso il giusto trattamento e rifiutando di fare cose nelle quali non credono, mentre l’imprenditore tende ad offrire tutto quello che è più pubblicizzato sul mercato, vendendolo come se fosse un prodotto qualsiasi».

Quindi, tenendo conto anche di chi si sottopone ad interventi in paesi più economicamente vantaggiosi, a cosa deve stare attento il paziente?

«Il problema è la mentalità, che l’utente dovrebbe cambiare. Pongo un paragone molto semplice: c’è chi si ferma ad un bar per l’offerta cappuccino e cornetto ad 1 euro e c’è chi consuma il cappuccino in un determinato posto, non per il costo, ma perché fanno bene il cappuccino. Nel primo caso, vedendo l’offerta turca, l’utente antepone l’aspetto economico dell’intervento a quello qualitativo, e quindi, in questo caso, l’utente è partito per la Turchia con la mentalità sbagliata e non potrà che essere poi disilluso».

Lei ha tenuto conferenze in tutto il mondo, ha notato differenze di approccio culturale e tecnico alla chirurgia estetica tra l’Europa e altri continenti?

«Nel mondo ci sono delle zone dove si predilige un tipo di intervento perché la richiesta è maggiore: in Turchia o in Iran è molto comune la rinoplastica, perché la gente del posto ha tipicamente il naso aquilino, oppure il criterio è puramente economico, come il trapianto di capelli in Turchia. L’Italia è di alto livello dal punto di vista della qualità della chirurgia estetica, perché culturalmente abbiamo sviluppato un approccio molto europeo alla chirurgia plastica, meno rampante del modello brasiliano, più pacato ed elegante. Non esiste più il paese dove si faccia una cosa ad un livello superiore agli atri. Ad esempio, il Brasile ha una tradizione enorme per questioni culturali, economiche e di stile di vita, dove sottoporsi ad un intervento è uno status symbol e questo ha permesso la formazione di medici preparatissimi, ma nel complesso l’Italia non è affatto indietro, anzi».

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