ALITALIA. RESTANO A TERRA I CONTI, PRENDONO IL VOLO I SOLDI DEI CONTRIBUENTI

di Mario Alberto Marchi

Facendo una media tra le stime più – diciamo così – gentili e quelle più severe, Alitalia, dal 2007 ad oggi è costata allo stato qualcosa come 8 miliardi.

La cosa curiosa è che tutto questo è accaduto e accade, malgrado le stringenti normative europee che in teoria impediscono aiuti di stato, vista la natura di società quotata in borsa.

Ma ogni governo ha fatto veri giochi di prestigio pur di tenerla in piedi, anche in momenti nei quali era palese si trattasse di una missione imprenditorialmente suicida.

Ne è valsa la pena? Anche fossimo in presenza della compagni aerea più redditizia del mondo, dovremmo dire di no. Se poi consideriamo che stiamo parlando di una società che solo nel 2018, dopo 30 anni di perdite, ha fatto segnare un utile di 2 milioni, la domanda acquista il valore di una barzelletta.

Allora cambiamo domanda e proviamo chiederci perché lo Stato paia avere da sempre questa perversa passione per  continuare a versare soldi dei contribuenti in un pozzo senza fondo.

Giova fare un po’ di storia recente. E un po’ di numeri.

Cominciamo col dire che attualmente Alitalia conta 11.000 dipendenti, che prima del tentativo di salvataggio tra il 2008 e il 2009 con la pasticciata fusione con Airone e l’altrettanto pasticciata creazione della società ad hoc CAI, erano circa 20.000.

Dura trattenersi dal chiamarlo carrozzone.

Ma in  realtà i costi del personale sono quelli che si discostano meno dalla media di mercato. Secondo le analisi più recenti, un costo spropositato sarebbe stato e sarebbe tuttora quello del carburante, inspiegabilmente più alto del 20% rispetto alla media delle altre compagnie.

Il 15% in più risulta essere stato pagato per il noleggio degli aerei. Non si capisce per quale motivo Alitalia sia praticamente l’unica compagnia aerea al mondo a far ricorso regolarmente ad una formula di noleggio totale che, oltre al velivolo, comprende tutto il personale. 20.000 dipendenti non bastavano?

Ma clamoroso è il capitolo della manutenzione, che ha come teatro temporale gli ultimi dodici anni. Fino al 2008 i velivoli di Alitalia erano affidati alle cure di una apposita società interna, che però venne prima distaccata, poi venduta e resa autonoma.

Bene, Alitalia  ha continuato a utilizzarla, ma pagando cifre enormemente più alte dei costi interni precedenti, ma anche enormemente superiori – pure questa volta – alle medie di mercato. La compagnia italiana è arrivata a pagare per la manutenzione degli aerei 75 euro per ogni ora di lavoro.

Tutte le altre compagnie del mondo non vanno altre i 40.

Argomento scivolosissimo è poi quello del personale. Qui si rischia sempre di andare a urtare suscettibilità sindacali, ma i numeri sono numeri: nel 2015 – ad esempio – dai bilanci  risulta che Alitalia ha speso 60 milioni di euro in  hotel per gli equipaggi in sosta, per il training del personale, la mensa dipendenti e il vitto rimborsato.

Dire che in Alitalia c’è una pessima tradizione nel fare i conti della spesa  è poco, ma in realtà non è proprio sempre così. Ad esempio, quando di tratta di stipendi i manager diventano lucidissimi: Giancarlo Cimoli, in carica tra il 2005 e il 2007 come presidente e amministratore delegato, incassò dopo la sua uscita la bellezza di 3 milioni. E la sua non fu proprio un gestione illuminata, visto che venne segnata da un perdita media di  51mila euro al  giorno.

Oggi  ci accingiamo all’ennesimo tentativo di ristrutturazione. Stavolta il motivo è che per la ripresa post- Covid-  soprattutto per il comparto turistico – sarebbe più che mai utile poter contare su collegamenti aerei modellati sulle necessità del nostro Paese. Certo, con quegli otto miliardi sborsati fino ad ora, avremmo potuto affittare un’intera compagnia e offrire voli gratis per un anno intero.

Resta in sospeso quella domanda: perché tutto questo? A riguardare il film tragico di  Alitalia il sospetto che sorge è che sia servita e serva ad arricchire l’unica casta che attraversa qualsiasi governo, quello dei  famosi boiardi di Stato, sempre chiamati a salvare i pezzi dell’economia pubblica, ma veri salvatori solo dei loro portafogli.

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