Addio al divino delle scarpe

di Martina Grandori

Ha fatto sognare, ha fatto la storia, ha fatto le scarpe alle donne. Ha fatto scarpe per sedurre, per sognare e tragicamente se ne è andato per colpa del Coronavirus pochi giorni fa.
 
Sergio Rossi è un’altra delle tantissime vittime di questa pandemia, ma il suo nome, la sua scomparsa fanno sicuramente più notizia di altri. Romagnolo verace, nato a San Mauro Pascoli nel 1935, figlio di un calzolaio,  decide però che vuole andare oltre la bottega del padre, osserva le donne, capta i loro desideri.
 
Diventa un’istituzione nel mondo della moda made in Italy in poco tempo. Un personaggio leggendario, un’istituzione per chi mastica il mondo fashion. La sua intuizione più geniale fu unire una costruzione impeccabile della calzatura – siamo a dei livelli di alta ingegneria- ad un design sensuale, sexy. Era il 1951, c’era aria di boom, si stava ripartendo, c’era spazio per tutti: era lui insieme a Salvatore Ferragamo  ad aver varcato i confini italiani. Lui e Ferragamo facevano calzare al mondo di Hollywood e del jet set scarpe made in italy.
 
Il suo segreto? Una scarpa-scultura ma portabile, comoda. Leggendario il modello Opanka, sandalo che calza alla perfezione e avvolge sinuosamente il piede. Sì, il segreto della scarpa Sergio Rossi è proprio questo: strepitose ma confortevoli, tecnicamente perfette, si svetta sui suoi stiletto ma non si soffre.
 
Iconica. Divina. Senza tempo. La sua décolleté è da sempre il perfetto connubio fra femminilità, ed eleganza e funzionalità del tacco. Chi l’ha conosciuto, chi ci ha lavorato a stretto giro, lo ricorda come un artigiano della calzatura che in un attimo capiva ad occhio dove bisognava intervenire per andare incontro all’ideale di perfezione. Sapeva unire forma e tomaia come un direttore d’orchestra trasforma un concerto in qualcosa di sacro.
 
Un vero artigiano che da un ceppo di legno, scolpiva, rielaborava, limava, modellava fino a raggiungere quella scultura che di fatto era la struttura delle sue creazioni, unite a tomaie-opere d’arte in pellami, tessuti e paillette che ricordano la magia dell’haute couture. Aveva quel dono che è solo dei maestri: la capacità di dare un twist alla scarpa con l’immediatezza di uno sguardo, poi era il suo staff che pensava a  tutto il resto, ma il genio era lui, le idee erano sempre sue.
 
Un’artigianalità ed una maestria di famiglia. A 14 anni eredita il mestiere di suo padre, calzolaio. Sergio Rossi, però, corre veloce, ha grandi sogni nel cassetto. D’estate anziché godersi la dolce vita romagnola, gira il litorale con una bancarella e vende .
Vende bene, le sue meravigliose scarpe piacciono, da ciabattino con la bancarella, diventa un vero e proprio brand, apre man mano le sue boutique monomarca, e in segno di gratitudine verso la sua terra, sarà uno dei padri fondatori del distretto calzaturiero romagnolo. Innovativo anche nelle campagne pubblicitarie: si affida all’obiettivo sensualissimo di Helmut Newton, opta per inquadrature angolate dal basso per sottolineare l’infinità delle gambe di una donna e l’importanza del tacco, alto sempre più di sette centimetri, in modo da conferire quell’energia seduttiva al corpo femminile.
 
Con l’avvento del made in Italy come sinonimo di altissima qualità,  la sua fama è dirompente, produce e firma collezioni anche per grandi marchi come Versace o Dolce&Gabbana. Fino al 2008, quando lascia definitivamente la scena, consapevole di aver scritto una pagina della storia della moda. Un sogno che in pochi realizzano.
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