A MILANO, OGGI IMPRENDITORI IN PIAZZA. Questa volta, subito aiuti e diritti sociali

di Gabriele Rizza

La Lombardia è tornata ad essere la regione con più contagi in Italia, in compagnia della Campania: non a caso, due regioni con la più alta densità di abitanti. Mentre Napoli ha reagito chiudendo le scuole, Milano è costretta ad una stretta più severa del Dpcm del governo, ricorrendo al coprifuoco dalle 23 alle 5 del mattino, con l’obiettivo di porre fine ai contagi da “movida”. Le prime vittime della seconda ondata, oltre a chi ci ha lasciati nei letti dell’ospedale, sono proprio coloro che con il lavoro serale e notturno danno da mangiare ai propri figli: ristoranti, bar e pub, soprattutto se pensiamo che la misura adottata dalla Lombardia sarà apripista per le altre regioni, proprio come è stato tra fine febbraio e inizio marzo.

I ristoratori sono già stati duramente provati dalla serrata di primavera, gli aiuti dello Stato sono stati pochi, disordinati e tardivi, solo la buona coscienza della maggioranza degli imprenditori ha potuto far arrivare nelle tasche dei dipendenti la cassa integrazione, che in molti casi ancora deve essere rimborsata dallo Stato.

Con l’esperienza primaverile, quindi, gli imprenditori del settore non si lasceranno abbindolare dal grido di terrore che arriva dalle stanze del governo e dalla carta stampata mainstream: questa volta i diritti sociali dovranno essere tutelati al pari di quello della salute, lo dice la Costituzione. Da Milano, già i primi imprenditori si sono organizzati per parlare con una sola voce e oggi, martedì 20 ottobre, alle 17, scenderanno in Piazza Città di Lombardia in modo sicuro, distanziato e pacifico, per chiedere tempestivamente aiuti e certezze. Tutto il mondo della ristorazione chiede riduzione dei contributi e copertura dei costi fissi, misure essenziali per non fallire e non perdere milioni di posti di lavoro, perché dalla bomba sanitaria a quella sociale, il passo è breve.

Per un ristorante, lavorare chiudendo alle 23 (la consegna a domicilio non fa testo) può esser peggio di stare chiusi: i costi di materie prime, tasse e bollette, superano inevitabilmente i ricavi. Non si tratta di difendere il “non essenziale” come ama dire il PD, ma uno dei settori più capillari e identitari della cultura italiana, che genera un indotto importante tra assunzioni e acquisto di materie prime locali di qualità.

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